Venezia 76, giorno 5: “The Wasp Network” di Olivier Assayas ovvero l’altro terrorismo

Olivier Assayas, ex-critico dei “Cahiers du cinéma”, è un intellettuale còlto e raffinatissimo ed è ormai da considerare come uno dei massimi registi viventi, versatile come pochi nella sua capacità di esplorare i temi e i generi più diversi affrontando ogni volta la sfida con sagacia e intelligenza. Sarà forse per questo che il bellissimo The Wasp Network, con cui il regista torna in concorso al Lido ad appena un anno di distanza dal suo lavoro precedente, è stato accolto con una freddezza ai limiti del sussiego alla prima proiezione stampa di ieri sera. Il film costituisce per Assayas un nuovo cambio di registro rispetto a Il gioco delle coppie, opera intrigante nella quale l’autore transalpino metteva insieme una storia di relazioni sentimentali e di tradimenti incrociati con una riflessione sull’evoluzione e la diffusione della letteratura in un mondo in cui i tradizionali sistemi di fruizione devono confrontarsi con i nuovi supporti digitali.

Tratto da Gli ultimi soldati della guerra fredda, opera dello scrittore ed ex-parlamentare brasiliano Fernando Morais, The Wasp Network narra la storia dei cosiddetti “Cuban Five”, cinque ufficiali dei servizi segreti cubani che negli anni ’90, fingendosi disertori in fuga da L’Avana, riescono a infiltrarsi in un gruppo terroristico cubano-americano e a sventare una serie di attentati, tesi a rovesciare il regime di Fidel Castro, attentati opera dell’organizzazione capeggiata dal crudele Luis Posada Carrilles e finanziata dal miliardario Jorge Mas Canosa. Questi valorosi uomini furono circa una trentina: il film racconta la storia di cinque di essi, tra cui i piloti René González e Juan Pablo Roque. Molti di essi furono poi catturati e condannati a pene molto pesanti con l’accusa di spionaggio internazionale.

L’America Latina, così come la questione del terrorismo, non è un territorio del tutto nuovo per Olivier Assayas, che nel 2010 aveva diretto lo splendido Carlos, biografia di Ilich Ramírez Sánchez, terrorista e mercenario filo-marxista, che sconta attualmente l’ergastolo in Francia, ed è forse questo il motivo che ha spinto il produttore brasiliano del film, Rodrigo Teixeira, a chiedere ad Assayas di scrivere e dirigere il film. Avvalendosi di una struttura da vero e proprio thriller, The Wasp Network vanta una costruzione narrativa ingegnosa che, come ogni spy-story che si rispetti, procede per accumulo di notizie ed eventi, tra svolte improvvise e continui spostamenti di luogo, riuscendo a organizzare la materia con encomiabile precisione nell’esposizione degli eventi. I fatti sono portati alla luce a poco a poco, e il film racconta inoltre la vicenda intima e familiare di questi “soldati di Fidel”, la cui scelta si rivela causa di enormi sacrifici affettivi non solo per loro ma anche da parte delle donne alle quali sono legati.

In questo senso, un ruolo centrale è assunto dalla moglie cubana di González, interpretata da una bravissima Penélope Cruz, e dalla nuova moglie americana di Roque, vittima ignara di questa enorme macchinazione. D’altro canto, nel tratteggiare le vite e le psicologie dei protagonisti, la sceneggiatura mostra come, ben lungi dall’essere dei “James Bond”, i Cinque Cubani erano semplici soldati coinvolti in un gioco più grande di loro, che con pochi mezzi agirono per difendere il Paese che, sebbene governato in maniera a dir poco discutibile dall’opprimente regime castrista, fu vittima di un brutale embargo da parte degli Stati Uniti e degli altri Paesi satelliti, e stava subendo una vera aggressione. Non bisogna dimenticare, infatti, che, nell’estate del 1997, la capitale cubana fu colpita da una serie di attentati coordinati da Luis Posada Carrilles, ennesimo tentativo compiuto da Washington per rovesciare in maniera violenta un Paese che, esattamente 60 anni fa, attraverso la Rivoluzione, aveva scelto il proprio modo di autodeterminarsi.

Oggi è stata anche la giornata di The Laundromat, il nuovo film di Steven Soderbergh, viaggio agghiacciante, ma anche divertito e divertente, all’interno della finanza statunitense, governata da società offshore e scatole cinesi nelle quali viene riciclato un denaro dalla forma sempre più smaterializzata in un Paese, gli Stati Uniti, dove frode, evasione fiscale e titoli-spazzatura trovano il loro ideale territorio di pascolo. Con un cast di star, tra cui Meryl Streep, Antonio Banderas, Gary Oldman e Sharon Stone, Soderbergh fa compiere allo spettatore un viaggio nell’inferno della finanza tossica globale, muovendosi tra Cina, Messico, Panama e Las Vegas in un film dalla struttura episodica, la cui messinscena sembra guardare al modello del recente La grande scommessa di Adam McKay, resoconto for dummies della grande crisi finanziaria del 2007-2008. Espliciti e giustamente insistiti, in The Laundromat, i riferimenti al rapporto tra speculatori e politica, e soprattutto la denuncia della fragilità della normativa statunitense anti-frode, il che sembra trasformare il film in una sorta di prova generale per la campagna elettorale che si svolgerà l’anno prossimo nel “più grande paradiso fiscale del mondo”, che Hollywood spera di togliere dalle mani di Donald Trump.

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