Intervista a Egidio Carbone: “Il teatro ha la capacità di essere un quadro vivo in eterno movimento”

di Davide Speranza

«È grave, è molto grave, è gravissimo, è grave. Ho scoperto, ho scoperto che la verità del mondo, ha torto… Angelina, ti prego, ascoltami bene, Angelina, cosa è arrivato prima, la vita o la materia inerte? Angelina, tra una notte arriva l’alba. Non sei venuta neanche questa volta ma non fa niente… È così complessa la vita umana che mi sembra mediocre ridurla a chi la vede solo bianca e a chi la vede solo nera. A me, per esempio, piacerebbe tutta rossa… tutto quello di cui abbiamo bisogno, è semplicemente il delirio».

La drammaturgia di Egidio Carbone Lucifero lacera per sempre la scrittura di teatro e la concezione di spazio e tempo nel teatro. Nel suo Vito Carnale [Centripeta], il regista, attore e fondatore del Teatro Avanposto Numero Zero compone quella che definisce una “trascendenza disturbante”. Chi è Vito Carnale? Cosa ricerca in Angelina e, più in generale, nell’osservazione del mondo? Cosa c’entra la Moderna teoria della deformazione della materia e la teoria dell’Attore Costitutivo? Carbone mette sotto la lente di ingrandimento la materia nella sua costituzione più primordiale e scarnificata, nella sua pulsione esistenziale più indivisibile, legata al mondo organico e inorganico. All’essenza dell’esistente, al magma di fermioni e bosoni che costituiscono le particelle della materia. Ecco, andate ad applicare questo zoom al microscopio, sui personaggi che prendono vita in palcoscenico. Iniziereste ad entrare nell’ottica di una metafisica attoriale, a toccare con la mente l’anima della rappresentazione sempre al limite tra realtà e finzione.

Autore de La bufaliera (andata in scena al San Carlo di Napoli e tradotta in lingua araba dallo scrittore e intellettuale egiziano Mohamed Salmawy), e di opere cinematografiche come Caligo, Guado, Il mistero di nylon (più vicine al concetto di installazione d’arte, che al concetto di cinema di consumo take-away) Egidio Carbone riprende – in pubblico – la sua ricerca e lo fa con questo personaggio-persona – Vito Carnale – che piega lo spazio-tempo della società precostituita (come per la teoria di Einstein) e polverizza le certezze della cultura omologante, del qualunquismo intellettuale, punta al quotidiano, all’osso del vissuto sulla cui superficie il tempo rallenta, si deforma e distorce anche lo spazio dei significati e dei significanti. Tutto va in pezzi, tutta la realtà di regole e leggi umane diventa un guazzabuglio da abiurare.

Vito Carnale è assolutamente l’uomo contemporaneo, contemporaneo in ogni epoca storica: dialoga con Ulisse ed Enea, con Leonard Cohen e Michel Foucault, Mozart, Maria Callas, Caravaggio, Heidegger, con la Maria Maddalena e Tom Waits, fino ad arrivare a Giuda e Lucifero. Viaggia nel tempo, come da relatività einsteiniana. Vito Carnale è il grado zero – o quasi – dell’anima priva di struttura, è il mondo osservabile che va in pezzi e tende all’invisibile percepito. La scienza si mischia al teatro e alla filosofia, intercetta la solitudine dei sistemi di riferimento differenti, che richiedono ascolto senza riuscirci. Vito smaschera le ipocrisie, il politically correct, il perbenismo consumistico, e indossa l’abito del delirio e dell’illuminazione. Diviso in 3 quadri, l’opera andrà in scena il 12 e 13 marzo (ore 20.30) in Sala Assoli (Napoli). Lo spettacolo vedrà protagonisti, Federica Castellano, Emilio Massa, Anita Mosca, Loretta Palo. Pasquale Panico sarà la componente musicale. Prodotto da Artisti Riuniti in coproduzione con Teatro Avanposto Numero Zero. Dipinti in scena di Nello Petrucci, trucco di Gino Varriale, costumi di Fiorenzo Di Crisci, assistente alla regia Miriam Russo.

Carbone, da dove nasce questo testo del molteplice?

È un testo che può permettersi il lusso di essere vissuto, volta per volta. Una serie di voci di se stesso. Vito Carnale è appunto un essere molteplice, sicuramente patetico, rabbioso, allo stesso tempo dolce. Una molteplicità che si mostra senza veli, ha necessità di guardarsi allo specchio e mostrarsi per quel che è. È la storia di un vissuto vero. Un vissuto dove le emozioni sono concrete, dirette, essenziali, spartane, la ricerca dell’essenza, della verità nelle pieghe dell’invisibile. Ma cos’è la realtà? Quella che viviamo tutti i giorni nel concreto o che immaginiamo e scriviamo? Vito Carnale è questo. È la realtà delle colpe importanti, che ci inganna e fa pensare che Vito possa essere un pazzo, una persona che vede cose che non esistono. Questo è il percorso dell’attore costitutivo, è la ricerca da cui nascono i lavori che faccio al teatro, al cinema, la mia ricerca personale si mescola con la mia vita. Una sorta di continua osmosi. La mia ricerca tende a scoprire ciò che dentro di me può essere universale e comune in tutti gli altri.

Perché il sottotitolo “Centripeta”?

È un personaggio vorticante, che però non procede con un movimento verso il fuori. Vito implode, tende a convergere verso un centro, una interiorità, che può essere un centro di masse, un baricentro o forse un centro metafisico. Potrebbero coincidere questi tre punti e creare un vero e proprio buco nero, uno scolo nel quale il personaggio può essere vero, ha la possibilità di essere più cose, più se stessi, anche contraddicendosi, una vorticosità verso il centro di una intimità. Devo dire che Centripeta era il titolo vero, poi alla fine del lavoro ho conosciuto questo personaggio o persona, ha cominciato ad essere un mio compagno, ci ho mangiato e dormito insieme, si è presentato alla fine e ho capito che lui è uno stato esistenziale. Mi ha detto di chiamarsi Vito Carnale. Ad un’ora dalla pubblicazione del libro, ho deciso di far cambiare il titolo all’editore.

Il lavoro si compone di tre gironi con titoli molto particolari, che rimandano alla plasticità della pittura. Perché?

Il teatro più del cinema, ha questa capacità di essere un quadro vivo in eterno movimento. La differenza con il cinema è che il teatro è un quadro talmente vivo e dinamico che volta per volta, anche se replicante, riproduce la realtà diversamente. Il mio percorso è spesso evoluto in fasi, queste fasi spesso sono tre. Il nero, il bianco, il rosso. C’è un riferimento a negredo, albedo e rubedo, con tutta una serie di livelli di comunicazione che spero possano essere anche percepiti, individuati, in maniera non didascalica, che possano centripetare in ognuno degli sguardi e degli ascolti che si affacceranno a Vito. Qualcuno di molto vicino e che mi sta ancora accanto pur non essendoci più materialmente (Enzo Moscato, ndr.), mi diceva che i miei non erano personaggi, ma non-personaggi. Essi fanno parte di un percorso esoterico. Di unità e non di separazione. Sono tre quadri. Il primo è “Il nero, la rotta curvilinea del pesce putrefatto”. La rotta dell’essere umano, inteso come devoto alla materialità del corpo, al peso del corpo. Ma dove porta questa rotta curvilinea, dove vorrebbe portasse? In una fase di liberazione, di conoscenza anche di altre condizioni, stati esistenziali, che è il bianco, quindi un luogo animico, entriamo nel quadro due “Il Bianco. L’umido animico e fertile, tra le lamine di cristallo”. Un luogo dove siamo più liberi di essere, ma talmente lontani dalla nostra concezione ordinaria, che diventa labirinto. Un luogo pronto ad essere seminato, fertilizzato. Il vero obiettivo poi è salire ancora nel percorso. Si passa all’opera rossa, l’ultima fase, quella più spirituale, “La sublimazione degli opposti”. Il terzo stadio è l’unione di tutto, l’equilibrio dinamico delle parti di ognuno di noi. L’obiettivo non è lontano, ma centripeto appunto, dobbiamo avviarci per una individuazione intima.

Ma cos’è l’Attore costitutivo?

Durante una lezione di Scienze delle costruzioni in Ingegneria, il professore Luciano Nunziante parlò dell’intimo della materia e dei legami costitutivi della materia. Da allora, ho capito che chi attua delle azioni, lo fa in relazione a dei legami, leggi naturali. Perciò costitutive, perché rappresentano per costituzione l’essere umano e l’essere vivente. Come se andassimo al primitivo, alle cellule che ci compongono e compongono la materia. A quel punto siamo tutti parenti, esseri viventi e materia inerte. Parte di un’unica grande famiglia. Dovremmo essere ancestrali.

Scienza, filosofia e teatro. Una piramide che riflette il tuo percorso di creativo.

La vita è fatta di esperienze. La filosofia è fatta di questo, esperienze di pensiero. Sono vicino a Federico García Lorca che è stato una delle mie grandi prime spinte. David Lynch nel cinema. Poi vengo catapultato nel teatro di Artaud. In filosofia, un primo nome fu Heidegger. Poi per certi versi mi ha deluso. Mi sono avvicinato allo studio della psicologia, a tutto ciò che è avvenuto da Freud in poi, soprattutto Jung. In realtà sono attratto da tutto quel che è avvenuto dal 1923 in poi, da Einstein.

Immagine di copertina da terronianmagazine.com

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