Gli ossimori mortali di Russian Doll

Prima di iniziare, un avvertimento è necessario, Russian Doll è spiazzante. Con questo non intendiamo nulla di scabroso e violento alla maniera di Paul Verhoeven e Quentin Tarantino (anche se, in senso lato, il serial lo è) e nemmeno possiamo definirlo allucinatorio come David Lynch o simbolico come Peter Greenaway, almeno non esattamente. Il fatto è che le otto puntate mandate in onda da Netflix  dal 1° febbraio 2019 hanno concesso carta bianca a Natasha Lyonne per una bizzarra produzione imperniata sul più insolubile dei misteri: la morte. Le metaforiche matrioske di Russian Doll ce ne parlano in modo “strano”, attraverso una protagonista che si fatica a non detestare nei suoi eccessi e manierismi recitativi e che invece, puntata dopo puntata, riesce a conquistarci rivelando le facce nascoste di una dolente umanità. Per soprannumero, il tema portante, già arduo in sé, è affrontato attraverso un pericoloso meccanismo narrativo, sempre a rischio di perdersi in un déjà-vu al cubo, cioè la ripetizione coatta.

L’impossibile ritorno dal luogo del “non-ritorno” per antonomasia, destinazione finale in cui ci si avventura senza mappe o navigatore, è punto di partenza e il fulcro della serie, che alla cornice scenica della proverbiale “selva oscura” dantesca, preferisce la toilette piastrellata di nero di un appartamento newyorkese. Dal riflesso in uno specchio vediamo agitarsi la protagonista Nadia Vulvokov, incredula di ritrovarsi lì dentro, viva e vegeta, accompagnata dal refrain (scelto con studiata ironia) della canzone I can see clearly now, di Johnny Nash. Il perché Nadia si stupisca tanto di scoprirsi viva (condizione di solito data per scontata dal vivente), è presto spiegato nella brusca conclusione di ogni puntata, infatti ogni volta che la donna afferra la maniglia della porta foggiata a manico di revolver ed esce frettolosa dal bagno la vediamo restare uccisa negli incidenti più disparati. Una caduta rovinosa dalle scale le spezza il collo, un attraversamento stradale senza cautela la vede falciata da un auto in piena velocità, una botola aperta sul pavimento la inghiotte come un trabocchetto medioevale, reiterazioni ossessive di un loop che ricorda il famigerato “giorno della marmotta” di Ricomincio da capo, riletto in salsa dark/acida. A fare da collante a questa sequenza priva di logica, sono le note della canzone sopracitata, vero tormentone a cui si vanno ad aggiungere alcune presenze fisse che, un poco alla volta, si riveleranno di importanza cruciale per decifrare l’origine di quella condizione allucinatoria.

Ma chi è il personaggio portante di Russian Doll? Qui si gioca la scommessa dell’intera produzione, modellata sull’anomala figura di Natasha Lyonne, attrice già nota per la sua partecipazione in Orange is the new black nei panni della detenuta Nicky Nichols. Sempre in  corsa come la Lepre Marzolina di Alice, gesticolante e logorroica in modo esasperato, questa Nadia Vulvokov è così impregnata dei propri tic da incallita newyorkese-tipo, da accattivarsi ben poco la simpatia dello spettatore, risultando stucchevole anche nell’aspetto, l’improbabile mix di una Rita Pavone strafatta unita a Riccardo Cocciante (di cui ritroviamo la sagoma tozza incassata tra due spalloni da rugbista e un gran casco di capelli). A questo “ircocervo” va aggiunta la mimica di De Niro in versione Al Capone e la parlantina nevrotica del miglior Al Pacino per ottenere il ritratto di un tipico animale metropolitano, aggressivo, cinico, omaggiato da una festa di compleanno molto free in cui si svolgono i ritorni dall’Aldilà. Ma il passato di Nadia è un complicato gioco di finzioni e traumi rimossi che emergeranno a poco a poco nel corso del dipanarsi delle puntate, tramite le conversazioni con la matura amica psicologa Ruth, l’ottima Elizabeth Ashley,e con l’incontro con John Reyes (Yul Vazquez), unico altro passeggero della stessa giostra, al cui destino la vita della Lyonne è legata a doppio filo.

Nella condizione auto-limitante dello script, l’arco di tempo che Nadia ha a disposizione diventa anche il perimetro spaziale delle sue indagini, ossia l’area dei luoghi e delle persone che le è consentito di incontrare nel limitato minutaggio che intercorre tra morte e resurrezione. Una bolla temporale analoga a quella in cui agiva il detective di Day Break, serie trasmessa dalla ABC tra il 2006 e 2007. La ricerca cui assistiamo, però, non ha risvolti polizieschi, ma squisitamente psicologici, portandoci a ritroso a conoscere la madre di Nadia, figura fortemente disturbata, nonché radice delle dissociazioni e fragilità inespresse della figlia. Nel pieno delle ore replicate, spesso frantumate in sequenze dal montaggio “cubista” che vuol rendere la percezione della protagonista alterata da alcool e droga,  s’intreccia la vicenda umana di John, anima anch’essa persa nello stesso ciclo, ma opposta nei tic e nelle nevrosi, di natura ossessivo-complulsiva.

Prevedibilmente, l’unione tra i due “colleghi” genera l’acme della narrazione e lo scioglimento dei nodi che li imprigionano nello stesso limbo, ricorrendo a uno psicodramma tutto sommato prevedibile e moralmente didascalico che pur soddisfacendo gli interrogativi del pubblico, impoverisce l’originalità dello script. A temperare l’happy ending provvedono i toni felliniani delle scene finali, dove un’allegorica parata di barboni, sembra quasi voglia festeggiare la propria alienità esistenziale, senza orari né confini sociali, una condizione parallela a chiunque viva in un tempo ripiegato su stesso.

Per quanto sia difficile immaginare uno sviluppo ulteriore a una vicenda così compatta e chiusa nella brevità dei suoi 25 minuti a puntata, la produzione ha messo in cantiere una seconda stagione, col difficile compito di ampliare gli spunti rimasti in sospeso del ciclo iniziale. Non avremo modo di saperlo presto, purtroppo, a causa delle conseguenze del Coronavirus, che ne hanno interrotto le riprese iniziate all’inizio del 2020. La nostra contemporaneità siglata da pandemie e parlamenti violati è già abbastanza delirante di suo per lasciare spazio alla concorrenza della fiction.

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