Torino Film Festival giorno 7, Por el dinero inno anarchico sul fallimento dell’arte

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El Pampero Cine è una piccola casa di produzione indipendente formata da un gruppo di cineasti che sta provando a immettere un nuovo grado di sperimentazione e innovazione nelle procedure e nelle pratiche che concernono il fare cinema in Argentina, un’innovazione che non investe solo il livello estetico ma soprattutto quello produttivo. Infatti, sin dalla sua nascita, El Pampero Cine si è posta come obiettivo quello di contrastare l’aspetto industriale della settima arte per abbracciare un’idea di radicale indipendenza dalle forme convenzionali di finanziamento. Quest’autarchia ha permesso al gruppo di mettere in campo una costante e fertile produzione, pur lavorando su budget molto bassi senza che questo inficiasse la qualità delle opere. El Pampero Cine, formata dai cineasti come Mariano Llinás, Laura Citarella, Agustín Mendilaharzu e Alejo Moguillansky, ha realizzato alcune delle opere importanti del cinema argentino degli ultimi anni, film come che hanno partecipato ai più importanti festival mondiali, arrivando a portare in concorso a Locarno La Flor, opera fluviale della durata di circa tredici ore diretta da Mariano Llinás dopo un lavoro durato circa dieci anni.

Risultati immagini per por el dinero moguillanskyEra necessaria questa introduzione prima di parlare di un film come Por el dinero (presentato alla “Quinzaine des Réalisateurs” di Cannes, e ora al Torino Film Festival), sesto lungometraggio di Alejo Moguillansky il quale, nell’ottica autarchica della casa di produzione, è anche sceneggiatore e montatore dei film di altri suoi compagni, così come Mariano Llinás è a sua volta uno dei tre montatori di Por el dinero. La vicenda ruota attorno a una miserabile troupe argentina composta da attori, danzatori, musicisti, registi che stanno portando in alcuni teatri off lo spettacolo teatrale che dà il titolo al film. Come specifica con chiarezza la didascalia iniziale, si tratta di “una tragedia in tre atti”: infatti, nella prima sequenza del film, vediamo i cadaveri di due membri della compagnia, i coniugi Acuña, riversi su una spiaggia sabbiosa, rinvenuti da due poliziotti colombiani in perlustrazione. La loro storia verrà poi raccontata da un altro membro del gruppo, il ballerino francese Matthieu Perpoint, colui che parla “la lingua di Richelieu”, come commentano i due gendarmi.

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E non è certo casuale il richiamo alla figura del celebre e potentissimo cardinale vissuto nel XVII secolo, incarnazione del potere politico e origine del produttore artistico non troppo dissimile a come lo conosciamo oggi. “Il denaro, che orrore!” sentenzia uno dei versi del copione dello spettacolo interpretato sul palco dalla scalcagnata quanto coraggiosa compagnia, alla continua ricerca di un supporto economico e che, quando viene chiamata a partecipare a un Festival in Colombia, sarà costretta a detrarre dall’ingaggio i costi del viaggio aereo, riducendo il cachet a proporzioni lillipuziane. Facendo tesoro della lezione di Bertolt Brecht, Por el dinero mostra come la società postmoderna pare avere espulso dal mondo questi “lavoratori del lusso”, prestatori di (un)opera inutile, privi sia del supporto di nuovo mecenati che di quello dello Stato, che li percepisce come un peso limitandosi a dare qualche contentino a qualcuno di loro un po’ più in vista utilizzando l’espediente del premio per il migliore spettacolo piuttosto che il finanziamento diretto. Così, l’artista è costretto a venire a patti con la realtà e si trova a dover essere, allo stesso tempo, il poeta e il paesaggio che questi descrive, il cacciatore e la preda, il cavallo e il cavaliere, spericolato come Don Chisciotte e saggio come Sancho Panza. O, per dirla senza troppi fronzoli, a cantarsela e suonarsela.

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Nel descrivere questo mondo in via di sparizione, Moguillansky racconta, talvolta con scarso senso cinematografico e qua e là in maniera un po’ greve e con più di una caduta nel didascalismo, una vicenda che è direttamente legata alla propria esperienza. Difatti lo spettacolo portato in scena dalla troupe protagonista del film è un vero spettacolo teatrale, oggetto di un tour in vari luoghi dell’America Latina. Il tono appare, da un lato, scanzonato e divertito, mentre dall’altro prevale un senso di malinconia e di tristezza nera, che ci mostra questi personaggi come dei naufraghi la cui sorte non interessa a nessuno. Questi artisti (e chissà quanti altri sono nella medesima condizione) guadagnano la metà di un operaio, talvolta lavorando solo per pagarsi le spese, vivono esistenze precarie ed errabonde, con rarissime soddisfazioni, sono spesso incapaci di preoccuparsi della prole, costretti ad attività collaterali che assicurino loro la sussistenza e diano la possibilità di continuare il percorso. Por el dinero è quindi allo stesso tempo un atto di fiera rivendicazione della propria libertà e autonomia ma anche la radiografia del fallimento di tutto un sistema, la presa di coscienza di quello che è, letteralmente, lo stato dell’arte e la condizione dell’artista nel mondo contemporaneo: per chi non si integra, non resta che l’apocalisse.

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