Labbra

di Sara Manuela Cacioppo

Giulio chiamò all’alba per darmi la notizia più bella della mia vita e lo era davvero perché mi avrebbe permesso di viverla: il tumore era sparito già da due anni, la risonanza era negativa. Morto, l’avevo ucciso quell’assassino che mi era cresciuto in grembo, quell’infido traditore della mia stessa carne che stava tentando di distruggermi  nel modo più subdolo: da dentro, affinché io non potessi vederlo, né sentirlo arrivare, né fermarlo, pensava lo stolto.

«Clarissa, ha un tumore al seno», aveva detto il medico, ed io l’avevo subito associato al verbo morire, in fondo era vero perché una parte di me gliel’ho dovuta lasciare, solo una parte però l’altra è ancora tonda e appuntita e mi guarda dallo specchio, guarda anche la sua gemella, credo si parlino, chissà cosa hanno da dirsi due gemelle che gemelle non saranno mai più, eppure sono vive entrambe e questo loro lo sanno. Chi è vivo parla sempre.

Prima della sciagura non badavo a queste cose, perché credevo che fossero lontanissime da me: una trentenne in salute, un avvocato che sa cosa è giusto, che lo sa per tutti tranne che per se stessa. Quando Carla mi suggerì di andarmi a visitare con lei per prevenzione feci una smorfia.

Per prevenzione? Dài, stai tranquilla! – le dissi.

Lei insistette per dieci minuti, poi andò da sola. Subito dopo dimenticai l’episodio, mentre quella massa mutilata se la rideva, convinta di averla fatta franca.

Scoprii di essere malata per caso, non avevo alcun sintomo, solo felicità di vivere: non mi mancava nulla sapete?

Caddi dal motorino perché un ragazzetto della scuola guida mi prese in pieno in via Mondini (per fortuna andava lento come un bradipo). Sbattei a terra il mento e il petto, quest’ultimo mi faceva talmente male che gli ansiosi intorno chiamarono l’ambulanza. A Villa Sofia ero codice bianco, quando mi fecero la radiografia non trovarono fratture, né lussazioni, trovarono la morte che stava espandendo i suoi rami indisturbata. Ricordo la faccia di colui che deve confessare la pena con delicatezza: Giulio de Santis, il mio medico, nonché l’angelo della vita perché mi rifiuto di pensare che a volte gli tocca essere anche quello della morte. Aveva capelli rossi arricciati e un viso tondissimo che regalava perle di dolcezza a tutti, anche ai disillusi.

Da quella notizia inattesa cominciò la mia caduta, ma non mi va di raccontarvi dei gradini che ho sceso, piuttosto di quelli che ho salito visto che oggi sono guarita. Non vi racconterò di quando la speranza aveva lasciato il mio domicilio, ma di quando sono tornata a casa e ho ricominciato a vivere.

̶   Il mostro è morto, il mostro è morto – dissi a mia madre fischiettando nella cornetta.

Il mostro si era arreso per sempre, gli avevo lasciato vincere qualche battaglia, come si fa con i nemici a cui si vuole dare un contentino per non umiliarli, ma la guerra l’avevo vinta io.

A due anni dalla malattia mi tornò la voglia di fare qualsiasi cosa, soprattutto quello che non avevo mai fatto: correre ad esempio, anche se non mi era mai piaciuto. Mi chiedevo come ci si potesse alzare alle cinque del mattino per ripetere lo stesso tragitto col caldo che squaglia o il freddo che gela le ossa, oppure con quale coraggio si potesse sfrecciare di sera come un puntino fra le auto, rischiando di farsi mettere sotto dal primo pirata di strada. A Palermo si corre dappertutto, perché ogni posto è illuminato dal sole e questo fa sì che ci si senta al sicuro anche se non è vero. Il mio posto preferito per correre   ̶   nonché il più pericoloso   ̶  era l’Addaura. La domenica c’era un freschetto insolito in città, o forse ero solo io che lo sentivo, la domenica era stato il giorno in cui ero nata per la seconda volta senza il mostro. Aprii il portone, il sole era coperto dalle nuvole ma si poggiava a terra quel tanto che bastava per illuminare il sentiero, scesi in strada e mi misi a correre con gli altri passeggiatori seriali in tenuta da casa, non mi importava di essere presa per una squilibrata, mi sentivo così felice di poter correre libera e lasciarmi il mostro alle spalle, corsi così veloce fino a seminarlo del tutto, senza mai voltarmi indietro. Al ritorno le gambe urlarono di dolore, il che mi fece scoppiare in una risata chiassosa che rimbombò nel silenzio di casa rallegrando i muri, i mobili, i piatti dentro la lavastoviglie. Il giorno successivo comprai addirittura le scarpette adatte: rosa, il mio colore preferito.

Marco aveva lunghi capelli castani – sì avete capito bene ho detto lunghi – a me sono sempre piaciuti i capelloni. A Marco accarezzavo le ciocche una ad una, anche se lui lo detestava e si ostinava a raccoglierli in un codino a forma di cipolla che a me faceva impazzire. Era alto, spalle larghe, muscoli possenti e un sorriso lungo quanto la luna a metà. In una parola era sexy, ma non per tutte queste caratteristiche che vi ho elencato, la cosa davvero irresistibile era quel suo cervello pazzoide, pieno di nozioni e formule. Marco era un matematico, insegnava all’Università di Palermo e ogni volta che cercava di spiegarmi qualcosa io capivo solo i numeri, a volte qualche altro segno, ma solo per intuito. Lo notai per la prima volta davanti l’edificio piramide o meglio l’ultimo edifico in viale delle Scienze che sembra una piramide egizia (io avrei dato di tutto per essere una Cleopatra qualsiasi).

Lo incontrai mentre usciva serioso dall’aula 23, con una valigetta in pelle scura nel pugno destro e degli occhiali di un azzurrino sbiadito come i suoi occhi e il cielo sopra le nostre teste. Io ero seduta su un gradino accanto a una vasca d’acqua, al termine dei corsi di dottorato mi sedevo sempre nello stesso punto a leggere, restavo venti minuti esatti e poi tornavo a casa. Quei venti minuti quotidiani mi bastarono per innamorarmi di quello sconosciuto misterioso, che si voltava sempre a guardarmi con estrema timidezza. Entrambi aspettavamo le 12,40 per incontrarci senza darci dei veri e propri appuntamenti. Quando mi ammalai li saltai tutti e mi pentii di non essermi fatta avanti per prima: da brava romantica aspettavo che fosse lui a desiderarmi e quindi a venirmi incontro, magari con una rosa in mano e un pacco di cioccolatini con le nocciole glassate. La malattia mi insegnò che non bisogna perdere tempo o avere paura, bisogna correre verso ciò che si desidera, sempre.

Dopo l’operazione tornai a sedermi lì con una parte mancante, mi sentivo trasparente ma speravo che lui mi vedesse lo stesso. Il primo giorno Marco non venne, né il secondo o il quinto. La mattina di due anni dopo   ̶ quella della mia guarigione   ̶  ,  decisi di andare a cercarlo, non mi importava di essere difettosa perché ero convinta che quella storia fosse predestinata: come in una magia in cui al ticchettare dell’orologio alle dodici in punto qualcosa accade per forza. In effetti qualcosa accadde, lo vidi fare lezione, vidi come gli studenti pendessero dalle sue labbra e io con loro. La trigonometria era un punto interrogativo enorme per me, ma le figure sulla lavagna mi piacevano, allora le presi come spunto per fare disegni in testa a modo mio: io e Marco ci materializzammo su una squadretta, io seduta all’interno con le gambe penzoloni, lui sopra sulla punta con l’amo da pesca e un cappello di paglia.

Aspettai che la lezione finisse e che tutti fossero usciti, poi entrai. Lui mi guardò e sorrise, forse in un certo senso lo sperava, non ho mai smesso di credere che mi stesse aspettando. Da quel giorno non ci separammo mai più. Oggi Marco è mio marito, non passa giorno in cui non mi baci la mia parte mancante che mancante non è, perché è lui a farmela sentire con le sue labbra.

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