Venezia 77, giorno 6. A ‘Orizzonti’ arriva un grande film italiano

Sun Children (2020) di Majid Majidi - Recensione | Quinlan.itIl Concorso, con poche eccezioni, purtroppo continua a languire, inanellando una serie di opere tutt’altro che memorabili, frutto di scelte senz’altro dovute alle particolari circostanze in cui è nata questa 77° Mostra, la cui realizzazione è stata in forse fino all’ultimo. E così, ecco che tra ieri e oggi ci siamo imbattuti nel modesto dramma iraniano di stampo neorealista Sun Children di Majid Majidi, e nel deludente Dear Comrades! di Andrej Končalovskij. Il primo, che in un’altra annata avrebbe probabilmente trovato la sua collocazione ideale al Giffoni Film Festival piuttosto che in una Mostra d’arte cinematografica (è bene tenere sempre a mente di cosa parliamo quando pensiamo a Venezia), ruota intorno a un gruppo di bambini vittime dello sfruttamento che, anziché andare a scuola, sono costretti dagli adulti a lavorare e vengono anche utilizzati per piccoli traffici illegali. Un giorno, uno di essi viene assoldato per trovare un tesoro sepolto sotto lo scantinato di una scuola. Per riuscire a scovare il tesoro, i bambini devono farsi accettare dalla scuola, e questa circostanza servirà loro per capire l’importanza dell’istruzione. E’ tutto qua, in questo messaggio chiaro, semplice ed edificante il senso di un film narrativamente implausibile e, purtroppo, anche politicamente innocuo che ha al suo attivo solo la grande simpatia dei giovanissimi interpreti presi dalla strada e che sono probabilmente destinati a restarci in una società iraniana in cui regnano le diseguaglianze.

Biennale Cinema 2020 | Dorogie Tovarischi! (Dear Comrades!)Non va molto meglio con il nuovo film del vecchio cineasta russo Končalovskij, che racconta una delle tante pagine nere della storia dell’URSS. Nei primi giorni di giugno del 1962, quando il governo sovietico annunciò l’aumento dei prezzi di alcuni beni essenziali e la contemporanea diminuzione dei salari, in una fabbrica di locomotive della cittadina di Novocherkassk scoppiò una rivolta che venne duramente repressa, tramutandosi in una strage rimasta nell’oblio fino all’inizio degli anni ’90, quando i documenti relativi all’evento sono stati desecretati dallo Stato. Nonostante le intenzioni, Dear Comrades! non va oltre i limiti dell’opera didattica, dimostrativa, e reca in sé tutti i limiti dei film a tesi, quando non sono supportati da una valida sceneggiatura. Polveroso e un po’ ovvio, diretto in maniera quasi svogliata, e privo del respiro storico e dell’approfondimento psicologico che un racconto del genere avrebbe richiesto, il film non riesce minimamente a restituire il ritmo e la tensione di quegli eventi concitati. Come tanti altri fatti che videro responsabilità a tutti i livelli (politico, militare e dei servizi segreti) la strage di Novocherkassk restò impunita.

Risultato immagine per guerra e pace d'anolfi e parentiDopo l’anteprima stampa di ieri, oggi è stato presentato al pubblico anche Guerra e pace, il nuovo lavoro degli eccellenti registi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, incluso nella sezione “Orizzonti”, che quest’anno sta offrendo alcune delle visioni più interessanti e anticonvenzionali della Mostra, tornando forse a occupare quel ruolo che in passato era stato decisamente messo da parte. Il documentario, diviso in quattro capitoli, racconta la relazione che lega il cinema e la guerra (di pace, in realtà, ce n’è molto poca), fin dalle origini dell’invenzione messa a punto dai fratelli Lumière. Si parte dal 1911, in occasione dell’invasione italiana in Libia con la visione di immagini d’archivio che vengono messe in relazione all’attuale scenario di crisi del Paese nordafricano. Viene descritta la situazione di uno Stato che, dopo anni, mostra tutta la precarietà di un’unificazione voluta ai tempi del fascismo ma che in realtà vede da sempre fazioni contrapposte a seconda dei territori che hanno poco da spartire gli uni con gli altri. Le sequenze filmate dai pionieri del cinema vengono messe a confronto con quelle odierne, girate con l’ausilio degli smartphone da cittadini comuni, le quali portano la guerra quotidianamente nelle nostre case, in un tempo in cui i conflitti sono ormai a portata di click e di link.

Visualizza immagine di origineNella seconda parte, forse la più potente (ma il film mantiene un livello quasi sempre altissimo), i registi ci introducono all’interno della centrale operativa dell’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri, dove i monitor e le telecamere sono costantemente accesi sul mondo e rimandano continue immagini di esplosioni, massacri e combattimenti mentre dirigenti in giacca e cravatta si impegnano a salvaguardare la vita dei nostri connazionali. Successivamente, i due registi ci portano dentro l’Ecpad (Archivio Militare e Agenzia delle Immagini del Ministero della Difesa Francese), un luogo in cui i giovani militari imparano a produrre immagini di guerra, non solo dal punto di vista tecnico ma anche e soprattutto in considerazione di quanto, secondo l’insegnamento che ricevono e anche a seconda della propria sensibilità, è giusto o lecito mostrare. Infine, lo spettatore visita i preziosi archivi della Croce Rossa Internazionale custoditi presso la Cineteca Svizzera di Losanna, perfetta quadratura del cerchio del rapporto tra cinema e immagine, etica ed estetica della rappresentazione, propaganda e memoria.

Guerra e Pace di Massimo D'Anolfi e Martina Parenti in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia77In realtà, a dispetto del titolo, nel lavoro di D’Anolfi e Parenti c’è soprattutto la guerra e ben poca pace per il semplice motivo che è senz’altro più agevole filmare la prima che ritrovare momenti che facciano riferimento alla seconda. Servendosi dell’apporto delle istituzioni selezionate, Guerra e pace ragiona sul percorso storico e tecnico compiuto  dalle immagini, sul loro passaggio dalla materialità della pellicola all’evanescenza e alla facile, pressoché infinita, riproducibilità dei video attraverso i nuovi e più moderni strumenti, capaci di arrivare in maniera immediata senza il filtro cui erano in precedenza sottoposte. I quattro capitoli si intitolano, non a caso, “Passato remoto”, “Passato prossimo”, “Presente” e “Futuro”, con lo scopo di muoversi in maniera diacronica per ricomporre i molteplici brandelli della memoria e, al contempo, di individuare le interconnessioni tra i vari momenti, separati dalla cronologia. Il tentativo, ambizioso e perfettamente riuscito, è quello di dar vita a una sorta di “romanzo delle immagini”, unico baluardo contro l’ineluttabile scomparsa di coloro che quelle storie le hanno vissute, raccontate, filmate, interpretate, diffuse. Guerra e pace è, mentre scriviamo, una delle opere più intriganti e affascinanti viste sinora al Lido in un programma che ha regalato sinora pochissimi veri colpi al cuore.

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