Cannes 2019, giorno 6: applausi scroscianti per lo splendido “A Hidden Life” di Terrence Malick

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra…
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Boris Vian, Il Disertore

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Cinema estatico. Magniloquente. Ridondante, anche. Magnifico o insopportabile, a seconda dei gusti e delle proprie predilezioni di ciascuno, del tipo di cinema o di racconto che si preferisce o, anche in questo caso Terrence Malick fa storia a sé, delle idee che si hanno sull’esistenza, del proprio rapporto con le grandi questioni metafisiche e filosofiche e sulla loro declinazione sullo schermo. Sono sempre gli stessi i commenti, gli aggettivi (ormai in via di logoramento) che si adoperano per ragionare sul cinema dell’autore di Ottawa (Illinois, quindi Stati Uniti) che, al di là del fastidio o dell’esaltazione suscitati dalle sue pellicole, resta uno dei maestri della settima arte, alfiere di un’idea di cinema unica e inimitabile, portatore (in)sano di un romanticismo intellettuale ormai quasi irriproducibile.

Résultat de recherche d'images pour "a hidden life malick"Ieri qui a Cannes, dove Malick è ritornato otto anni dopo la Palma d’oro conquistata per Tree of Life, è stato presentato al pubblico e alla stampa il suo ultimo lavoro, A Hidden Life, un progetto coltivato da molti anni e che doveva inizialmente intitolarsi Radegund, dal nome del piccolo villaggio montano in cui è ambientato, situato nei pressi di Salisburgo. Si tratta della storia di Franz Jägerstätter, un contadino che fu l’unico della sua città a votare contro l’Anschluss, l’annessione austriaca alla Germania nazista, e che rifiutò la chiamata alle armi durante la seconda guerra mondiale, chiedendo un’impossibile obiezione di coscienza nel rispetto delle sue idee e delle sue convinzioni religiose. La condanna per i renitenti era a quel tempo la pena di morte, e Franz si trovò costretto a scegliere – come il film racconta – tra la coerenza alle sue idee e una libertà dal carcere che gli avrebbe consentito, una volta sopravvissuto al conflitto, di tornare a casa dall’adorata moglie Fani e dalle loro tre bambine.

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Pur non riunciando al suo stile, a differenza delle sue prove più recenti con A Hidden Life Malick fa un uso più parsimonioso della voce fuori campo che occupa una porzione decisamente minoritaria del lungo minutaggio del film (che sfiora le tre ore) a favore di un maggiore respiro narrativo, che si concretizza nell’utilizzo di alcune concise didascalie che scandiscono il passare del tempo, il trasferimento da un luogo all’altro, in una vicenda che tocca il suo apice drammatico nei primi otto mesi del 1943. Se lo splendore visivo è una delle cifre del cinema di Malick, A Hidden Life è però anche un’opera emotivamente struggente, una storia d’amore tenera e dolorosa, messa a durissima prova dagli eventi bellici e dalla follia del nazismo. Franz Jägerstätter, martire del nazismo e della cristianità, riconosciuto da Benedetto XVI come uomo santo e venerabile, viene raccontato da Malick in tutta la sua solidità e la sua indefettibile testardaggine, al punto che non sono mancati i paragoni con Giovanna d’Arco, la cui sicurezza di essere nel giusto è stata raccontata in molte celebri pellicole.

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Il tormento e l’estasi, l’interrogazione radicale sulla presenza di Dio e l’esistenza del Male nel mondo sono temi tutt’altro che nuovi nel cinema di Malick che però questa volta (differenza non da poco) sceglie di raccontare la storia di una persona realmente esistita che si offre come possibile scintilla di luce contro la deflagrante e annichilente violenza della Storia. Franz è preso come esempio di resistenza silenziosa, la cui vicenda umana è solo una delle tanti possibili “vite nascoste” di donne e uomini che, nel corso dei secoli, hanno provato, con coraggio e talvolta a prezzo della loro vita, a controbilanciare la ferale vocazione distruttiva dell’uomo. Come al solito poco interessato alle psicologie, Malick punta soprattutto sull’interiorità dei personaggi verbalizzandone i sentimenti più intimi attraverso l’utilizzo delle lettere che Franz e Fani si scambiano durante il periodo di prigionia dell’uomo, al quale viene richiesto di abiurare al suo pacifismo per abbracciare le armi, non prima di avere giurato fedeltà a Hitler. Pacifista convinto a sua volta, Malick sembra tornare alle atmosfere e agli umori de La sottile linea rossa, capovolgendo il punto di vista che nell’opera del 1998 sviscerava i monologhi di alcuni soldati impegnati in una battaglia nel Sud del Pacifico per presentare invece il punto di vista di un personaggio che ha scelto di non entrare nella mischia. Un ruolo importante viene inoltre svolto dal linguaggio: il regista sceglie infatti la lingua inglese in tutte le scene dove parlano Franz e Fani, e in tutte quelle in cui i due coniugi interloquiscono con gli altri, mentre il tedesco (e, in una scena, anche l’italiano) domina tutti gli altri momenti parlati del film, quasi che il Malick volesse sottolineare, in maniera perfino troppo didascalica e forse discutibile, la separazione degli Jägerstätter dal resto dell’umanità, la cui voce è ridotta a puro rumore di fondo.

Come al solito, lo spettatore viene letteralmente immerso in un album di splendide immagini, costruite grazie all’apporto di Jörg Widmer, da tempo collaboratore del regista e assistente del fido Emmanuel LubezkiA Hidden Life è infatti una vera e propria gioia per gli occhi, cinema prodigo e generoso, rischioso nel suo porsi fuori dal tempo, in una fedeltà a se stessi e alla propria idea di messinscena che anche i detrattori non possono fare a meno di riconoscere. Rispetto alle nuove tendenze, l’autore di opere capitali come La rabbia giovane I giorni del cielo sembra avere scelto una sua speciale e sublime forma di diserzione. Grandi applausi, decisamente meritati, al termine della proiezione, e ultima apparizione sullo schermo per il compianto Bruno Ganz.

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