Cannes 2019, giorno 5: il Concorso vola alto ma dalla “Quinzaine” arriva il capolavoro “The Lighthouse”

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Leggendo i nomi dei registi selezionati, resi noti al momento della presentazione, le aspettative erano molto alte e bisogna riconoscere con piacere che, a parte qualche inevitabile delusione (su tutte, il Jim Jarmusch di The Dead Don’t Die), il Concorso si sta confermando di ottimo livello. Ieri è stata la volta di Le Lac aux oies sauvages di Diao Yinan, accolto favorevolmente dalla stampa, e dello spassoso e geniale La Gomera di Corneliu Porumboiuuno dei registi di punta della brillante “nuova onda” rumena, che continua a sfornare opere che mostrano allo stesso tempo un attento  e finissimo lavoro in fase di sceneggiatura, e una straordinaria capacità di confezionare lavori che sappiano allo stesso tempo intrattenere e divertente senza rinunciare a porsi come apertamente teoriche e pronte a ragionare con intelligenza sul dispositivo.

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La Gomera è un noir atipico, che ruota intorno ad alcuni personaggi che si contendono un cospicuo malloppo di denaro, frutto del traffico di droga. Tra essi, il poliziotto corrotto Cristi e la sulfurea e conturbante Gilda, della quale l’uomo finisce ovviamente per innamorarsi. Buona parte della vicenda si svolge sull’isola delle Canarie che dà il titolo al film, in cui Cristi impara presto il Silbo, una lingua basata sul fischio ancestrale (e il titolo internazionale del film è The Whistlers, dal verbo “to whistle”, che significa appunto “fischiare”). Alfiere di un cinema libero e scanzonato, Porumboiu mescola sagacemente i toni confezionando un racconto di genere che è anche un ballo di ladri di grande spasso, che a tratti può far ricordare lo splendido Un pesce di nome Wanda di Charles Crichton, declinato in maniera estremamente originale. Tra le altre cose, infatti, La Gomera è un film impregnato di un citazionismo farsesco e divertito che spazia da Sentieri selvaggi di John Ford a Psycho di Alfred Hitchcock, concedendosi persino una brevissima sequenza splatter dal gusto argentiano. Difficile che un film così libero e privo di un “messaggio” forte possa portare a casa qualche premio: tuttavia, resta la conferma di un autore di talento e di una cinematografia che che è tra le migliori d’Europa e non solo.

Résultat de recherche d'images pour "the lighthouse eggers"Ma oggi il film che merita la nostra copertina è The Lighthouse, secondo lungometraggio dello statunitense Robert Eggers, che si era già fatto apprezzare con l’horror soprannaturale The VVitchThe Lighthouse, ospitato all’interno della “Quinzaine des Réalisateurs”, è il racconto ipnotico e allucinato di due guardiani di un faro situato su un’isola remota e misteriosa della Nuova Inghilterra negli anni ’90 del XIX secolo. I due uomini, interpretati magistralmente da Willem Dafoe e Robert Pattinson, hanno da subito un rapporto molto conflittuale: l’anziano Thomas Wake mette infatti sotto torchio il giovane e recalcitrante Epraim Winslow, che vorrebbe visitare la torre dove si trova la lampada principale del faro, dichiarata off-limit da Wake, che afferma di essere l’unico detentore della luce.

Girato in un suggestivo e abbacinante bianco e nero, e in formato 4:3, il film dosa sapientemente il realismo della fatica quotidiana compiuta da Winslow con i numerosi accenti soprannaturali che permeano la narrazione. Winslow si accorge presto di trovarsi in un luogo maledetto a svolgere un lavoro duro e ingrato, nel quale è subentrato dopo la morte misteriosa dell’assistente precedente di Wake, e comincia ad avere strane visioni nelle quali compare spesso una sirena, già ritrovata nella sua stanza sotto forma di statuetta. Nel suo primo film, Eggers aveva dimostrato di trovarsi perfettamente a suo agio nei sentieri tutt’altro che agevoli dell’horror, con una storia dalle tinte fosche dove non c’era spazio per la digressione e la mescolanza dei registri: con l’opera seconda, il trentaseienne regista del New Hampshire, oltre a confermare una straordinaria perizia nell’imbastire atmosfere inquietanti e nel confezionare immagini potentemente visionarie, riesce nel difficile compito di alleggerire la cupezza dell’ambientazione con momenti persino divertenti, coadiuvato dalle eccellenti performance attoriali dei due protagonisti.

The Lighthouse è, tra le altre cose, un’originale rivisitazione del mito di Prometeo (il Titano che rubò il fuoco agli dèi e venne punito da Zeus, che lo condannò a essere legato giorno e notte ad una rupe dove un’aquila gli rodeva il fegato che perennemente gli ricresceva), oltre a scandagliare alcuni grandi classici della letteratura di ambientazione marina, come il Moby Dick di Melville e soprattutto La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, in cui il protagonista del titolo viene punito per avere ucciso un albatro e comincia un lungo percorso di espiazione. Winslow e Wake alternano momenti di vera e propria battaglia con altri in cui prevale lo spirito cameratesco e la necessità di adeguarsi nella condivisione di un luogo remoto e inospitale sebbene, come in ogni consorzio umano per quanto ridotto, ad avere la meglio è il desiderio di prevalere, di rovesciare la piramide, di rubare il potere al dio e di sovvertire la dialettica tra servo e padrone. The Lighthouse è un’opera preziosa e straordinaria, tra le vette di questa prima settimana di proiezioni.

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