Torino 36, in “Pretenders” James Franco prova a riscrivere la Nouvelle Vague

In Pretenders la vita imita l’arte nella storia che vede al centro il giovane studente di cinema Terry Lamm (Jack Kilmer, figlio del più celebre Val) e il suo migliore amico, il loquace fotografo Phil (Shameik Moore), sedotti e innamorati della stessa donna, la misteriosa attrice Catherine (Jane Levy). Più stanno insieme, più Terry e Phil ragazzi capiscono di non conoscere affatto la vera Catherine. Dopo anni di sesso, tradimento e danni collaterali, i tre ragazzi finiscono per sbandare mettendo in atto uno stile di vita che mina gravemente la salute di uno di essi [sinossi].

Un anno dopo il bellissimo e esilarante The Disaster Artist, presentato anch’esso al Torino Film Festival, l’eclettico, poliedrico e instancabile James Franco gira il suo quattordicesimo lungometraggio di finzione scegliendo come tema centrale della narrazione nientemeno che la Nouvelle Vague, il movimento cinematografico nato in Francia alla fine degli anni ’50 con lo scopo di rifare il cinema. La vicenda abbraccia un arco di vita di cinque anni, dal 1979 al 1984, e descrive il procedere del ménage à trois tra Terry, Phil e la multiforme e inafferrabile Catherine, con echi chiarissimi di Jules et Jim di François TruffautBande à part di Jean-Luc Godard, esplicitamente citati, e con lo sguardo rivolto a The Dreamers di Bernardo Bertolucci, soprattutto per la giovane età dei protagonisti. Partendo da Une femme est une femme, altro film della coppia Godard-Anna Karina in cui si vede la conturbante musa del regista cantare letteralmente la sua bellezza davanti ad alcuni maschi in una locanda, Franco si cimenta nell’ambizioso, e solo parzialmente riuscito, tentativo di scardinare dall’interno alcuni paradigmi e alcuni miti scaturiti da tanto cinema del passato cercando l’operazione impossibile di restituire una prospettiva femminile che trasformi la rappresentazione della donna, facendo di lei soggetto e non oggetto dello sguardo maschile. Operazione impossibile perché, per quanti sforzi la sceneggiatura faccia per sovvertire i modelli di riferimento (ad esempio, facendo interpretare a Catherine il ruolo che in Ultimo tango a Parigi fu di Marlon Brando in una trasposizione teatrale che la vede sul palcoscenico con un paio di baffi e dove l’impressione è che l’omaggio si trasformi in profanazione, oppure moltiplicando all’infinito le identità della protagonista), la narrazione, data l’identità sessuale del regista, non fa che imitare quei modelli in maniera pedissequa e senza particolare originalità, nonostante una prima metà del film risulti gradevole e visivamente accattivante.

Non basta, infatti, per operare la sovversione di uno stereotipo far dire a un paio di studentesse che il cortometraggio girato da Terry con protagonista Catherine sia mediocre perché, a loro avviso, la messa in mostra del femminile è tutta mediato dalla prospettiva maschile perché la scena in questione rischia di affermare a sua volta uno stereotipo, e cioè che ogni volta che un uomo, benché artista, rappresenti un personaggio femminile lo deprivi automaticamente di ogni autonomia. D’altronde, è proprio la scelta della Nouvelle Vague come luogo di “oggettivazione della donna” a lasciare perplessi in quanto, lungi dal proclamare la bellezza della donna-oggetto, i film di Truffaut e Godard (solo per citare i due autori presi da Franco come principali riferimenti) ne hanno al contrario liberato la soggettività. Difficile, infatti, pensare che la Catherine di Jeanne Moreau, che ama contemporaneamente due uomini, sia una donna “oggettivizzata” dal suo autore, così come i ruoli interpretati da Anna Karina nei sei film girati con Godard hanno sdoganato sì la sua bellezza ma anche il suo talento.

Gli aspetti forse più interessanti e forse persino originali di Pretenders, più che nel triangolo amoroso, descritto con grazia ma al contempo abbastanza convenzionale, ad avviso di chi scrive vanno ricercati invece nel segmento che vede protagonisti Terry e Victoria, l’attrice sposata con il regista (interpretato dallo stesso Franco), la cui storia mostra una sorta di intrigante sovvertimento della vicenda di Pigmalione, dove è Victoria a favorire l’ascesa del giovane di cui è innamorata per venirne poi abbandonata e non il contrario. E proprio il personaggio di Victoria, che appare in scena dando l’idea della solita attrice-oca che può lavorare solo nei film del marito, a risultare invece assai più sfaccettato e complesso di Catherine, che finisce per apparire disincarnata e inafferrabile, rischiando paradossalmente di far cadere Franco nello stesso errore imputato ad altri. A conti fatti, a differenza del contemporaneo e bellissimo Mes Provinciales di Jean-Paul Civeyrac, presentato alla scorsa Berlinale nella sezione “Panorama”, Pretenders appare troppo esile per essere un romanzo di formazione, troppo teorico e superficiale per convincere sul versante della riscrittura di alcuni miti del passato, persino prolisso nonostante la breve durata (90 minuti) nella parte finale del film dove viene fuori tutta l’ambizione di Franco di giocare su troppi tavoli mettendo eccessiva carne al fuoco e finendo così per perdersi nell’inutile moltiplicazione di finali.

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