Venezia 75, giorno 1: tra cielo e inferno

Dopo la pre-apertura di ieri con la presentazione del restauro de Il Golem di Paul Wegener, con la musica originale del compositore Admir Shkurtaj, e l’esecuzione dal vivo dal Mesimér Ensemble, siamo entrati oggi nel vivo della competizione con First Man (Il primo uomo) di Damien Chazelle e Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, rispettivamente film di apertura del Concorso e della sezione “Orizzonti”, entrambi presentati questa mattina alla stampa internazionale.

Risultati immagini per first man fotoBasato sul libro di James R. Hansen First Man: The Life of Neil A. Armstrong, il film diretto dal nuovo astro nascente del cinema a stelle e strisce, vincitore del premio Oscar per la regia con il giustamente celebrato La La Land, racconta gli otto anni della vita del celebre astronauta che precedono la notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969, quando Armstrong  fu comandante della spedizione dell’Apollo 11, prima navicella spaziale ad atterrare sulla Luna. Classico biopic in salsa hollywoodiana (probabile che si risentirà parlare del film al momento delle candidature per i prossimi Oscar) First Man, nelle sale italiane dal 31 ottobre, parte da un evento traumatico che, come viene lasciato intendere, influenzerà le scelte future dell’uomo: la tragica morte della figlioletta Karen, stroncata da un male incurabile. Successivamente la narrazione alterna momenti di vita familiare in casa dell’astronauta con l’evoluzione degli esperimenti compiuti dalla NASA per mettersi al passo e superare le imprese del rivale sovietico, che ha trovato in Yuri Gagarin il suo alfiere, esperimenti forieri purtroppo di altri decessi. Per quanto ben girato, soprattutto nelle affascinanti sequenze all’interno degli abitacoli spaziali e certamente non privo di momenti riusciti, First Man soffre di un certo schematismo narrativo che lo rende un’opera rigida, come il suo protagonista, ed eccessivamente programmatica. Lascia infatti perplessi la prova di Ryan Gosling, alla sua seconda collaborazione con Chazelle, il cui volto poco espressivo non sembra riuscire a declinare sempre con efficacia le sfumature psicologiche di un personaggio che si vorrebbe complesso e sfaccettato, in preda a dubbi e ritrosie, per di più ossessionato dal tragico evento luttuoso da elaborare. Inoltre, nonostante la durata importante (circa 135 minuti), la sceneggiatura lascia uno spazio troppo esiguo ai personaggi minori, che appaiono poco o nulla scritti, privi di spessore e in buona sostanza appiattiti sulla figura del protagonista. Ne fa in particolare le spese un’attrice dalle ottime potenzialità come Claire Foy, qui nel ruolo di Janet Armstrong, cui lo script affida la parte della “moglie paziente” in pena per il marito, senza mettere in luce né il suo carattere né la sua identità, rinchiudendo buona parte delle sue scene nell’angusto perimetro del focolare domestico. Piuttosto reticente appare inoltre la descrizione del rapporto tra i due coniugi, risolto in una successione di sequenze non troppo dissimili l’una dall’altra, cui probabilmente qualche potatura avrebbe giovato. Insomma, nonostante gli applausi che pure hanno salutato la prima proiezione stampa di questa mattina, l’impressione è quella di un’opera riuscita solo in parte, quasi su commissione in vista del cinquantenario dell’evento storico raccontato che avrà luogo il prossimo anno.

Risultati immagini per sulla mia pelle fotoMentre il Concorso porta lo spettatore nel più alto dei cieli, Sulla mia pelle, opera seconda di Alessio Cremonini mette le mani e la macchina da presa dentro uno dei fatti di cronaca più  oscuri e scottanti della recente storia italiana: la morte in carcere di Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri per possesso di droga una sera di ottobre del 2009 e morto all’ospedale Sandro Pertini sette giorni dopo il suo fermo, in seguito alle percosse ricevute e alla negligenza delle varie istituzioni che lo hanno avuto in custodia nel corso di quella terribile settimana. Il film mostra con grande efficacia ed equilibrio, senza mai lasciarsi prendere dal manicheismo ed evitando di scivolare nella retorica, come la vicenda di Cucchi fu responsabilità delle varie istituzioni militari, giuridiche e ospedaliere nelle quali il giovane si imbatté nel corso della sua detenzione. In quei giorni, oltre a subire violenze fisiche, l’uomo si vide negare i suoi diritti (non gli fu mai data la possibilità di contattare un avvocato) e venne trattato dai suoi custodi e dai sanitari con un sussiego che preso sfociò nella più cinica indifferenza. Fa impressione constatare che Cucchi, ex-tossicodipendente e malato di epilessia, entrò in contatto con 140 persone, senza che nessuno si preoccupasse del suo precario stato di salute e della sua evidente situazione di debilità. A interpretare Stefano Cucchi è stato chiamato Alessandro Borghi, che ha fornito una prova eccezionale sia per capacità mimetica che per intensità psicologica, un ruolo che è probabilmente a tutt’oggi il punto più alto della sua carriera. Visibilmente dimagrito, con il volto scavato, un corposo lavoro sulla voce per renderla sottile come quella di Stefano, Borghi ha spinto la sua identificazione con il personaggio ad un livello che lo pone già tra i favoriti per il premio come migliore attore. Decisamente meno potente la Ilaria Cucchi di Jasmine Trinca, che è apparsa invece meno convincente nelle poche sequenze a lei riservate. La vera Ilaria ha dichiarato sarcasticamente di dedicare il film su suo fratello a Matteo Salvini, attuale Ministro dell’Interno, che qualche anno fa l’aveva criticata per aver postato su Facebook una foto che ritraeva il carabiniere accusato dell’assassinio di suo fratello mentre era al mare. “Mi fa schifo!”, aveva affermato con la solita eleganza verbale il vicepremier e segretario della Lega.  Viene da chiedersi cosa pensa il Ministro dei ben 176 morti in carcere al 31 dicembre 2009, come ricorda il film ripotando la terribile statistica nelle didascalie conclusive e che mostrano come purtroppo quello di Stefano Cucchi non sia stato un caso isolato.

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