Venezia 73: è il giorno di Lav Diaz e del suo “The Woman Who Left”

Mentre Venezia premia il grande Jean-Paul Belmondo consegnandogli il Leone d’Oro alla carriera, riconoscimento che quest’anno è andato meritatamente anche al regista polacco Jerzy Skolimowski, nel penultimo giorno di proiezioni arriva il bellissimo film The Woman Who Left (Ang Babaeng Humayo il titolo originale in lingua tagalog) di Lav Diaz, opera rigorosa e solenne ma al contempo generosa, aperta, che merita tutto lo sforzo richiesto dai suoi 226 minuti di proiezione. Spiace che l’unico tratto distintivo di questo straordinario cineasta, l’unico modo in cui viene richiamato in molti dei discorsi degli esperti, risieda nella smisurata lunghezza delle sue pellicole che in alcuni casi raggiungono le dodici ore scoraggiando la visione persino agli addetti ai lavori. The Woman Who Left ruota attorno ad un’anziana donna, Horacia, che viene liberata dal carcere dopo trent’anni di reclusione per omicidio. Il motivo della sua liberazione è l’auto-denuncia di un’altra detenuta che confessa di essere lei l’autrice del delitto attribuito a Horacia aprendo così a quest’ultima, che fu vittima di un complotto, la strada della libertà. Una volta libera, la donna decide di mettersi alla ricerca dei suoi figli e dell’uomo che a suo tempo la incastrò e del quale intende vendicarsi. Come si vede, la trama sembra a metà strada tra il revenge movie e Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas sebbene il punto di partenza sia in realtà il racconto di Tolstoj Dio vede la verità ma aspetta, liberamente adattato dal regista filippino, che del film anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia.

Risultati immagini per the woman who left diaz fotoSullo sfondo, alcune importanti vicende storiche: il ritorno di Hong Kong alla Cina, che scatena nelle Filippine un’ondata di rapimenti ed un diffuso terrore, l’annuncio delle morti di Lady Diana e Madre Teresa di Calcutta (siamo, come è facile capire, nel 1997), che in qualche modo creano un filo rosso che tiene unito il particolare con l’universale, il personale con il politico. Nel compiere la sua ricerca, Horacia entra in contatto con una serie di personaggi, tutti reietti, attraverso i quali lo spettatore è accompagnato in un’esplorazione della situazione politica delle Filippine, tematica presente in buon parte dei film dell’autore, che spesso mette sotto accusa l’ignavia dei suoi connazionali. Diretto magistralmente, con la consueta abbondanza di piani-sequenza (in questo caso perlopiù fissi), il film vanta, tra i tanti meriti, uno straordinario utilizzo della profondità di campo, scelta estetica capace di restituire plasticamente la molteplicità dei livelli del discorso che il regista intende affrontare e che fa sì che le vicende particolari dei personaggi si fondino e si confrontino con il contesto storico e sociale. In particolare, durante l’ultima delle quasi quattro ore del film, la distruzione delle case dei contadini e la vendetta che si compie per interposta persona, attraverso la messa a morte di un uomo di Potere, consentono al discorso di raggiungere la sua sintesi più perfetta e compiuta.

Per questa ragione, nel verdetto atteso per domani sera una giuria sensibile e attenta difficilmente potrà ignorare un’opera che fonde mirabilmente il rigore morale con lo splendore visivo, l’impegno politico con un raffinato impianto stilistico e che contiene, tra l’altro, una delle più belle sequenze del Concorso, che cita esplicitamente West Side Story, il musical di Robert Wise. The Woman Who Left è una delle opere più potenti viste qui al Lido e il Leone d’Oro sarebbe la logica consacrazione, a livello mondiale, di uno dei cineasti più preziosi e radicali dell’odierna storia del cinema.

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