“Il giovane favoloso” di Mario Martone: la disperata vitalità di Giacomo Leopardi

Risultati immagini per il giovane favoloso“Nella grande arte c’è sempre un animale selvaggio: addomesticato”. Così la pensava Ludwig Wittgenstein, ritenendo che la chiarezza intrinseca è estranea o quanto meno nemica della grande arte. Secondo il filosofo austriaco, quindi, la maggior parte dei capolavori artistici viene spesso letta, studiata e interpretata soffocandone lo spirito trasgressivo e barbarico e mettendo la sordina alla ribellione verso la quale i fruitori delle opere d’arte dovrebbero inevitabilmente tendere dopo esservisi accostati.

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Càpita così allora che, nell’ambito della letteratura, vi siano molti autori la cui straordinaria forza eversiva viene deprivata, per non dire assassinata, da letture scolastiche superficiali e frettolose. Era questo il grosso iceberg che si stagliava all’orizzonte per Mario Martone quando ha deciso di trasformare in un film la vita di Giacomo Leopardi, probabilmente il più importante autore italiano dell’800, replicando l’operazione fatta da Jane Campion che nel 2009 realizzò Bright Star, uno splendido biopic sul grande poeta romantico John Keats. Diciamo subito che Il giovane favoloso rappresenta una scommessa vinta per il regista napoletano che ha realizzato un film di grande profondità che, pur senza avere il coraggio di rischiare insinuando qualche ipotesi biografica ardita (come una presunta omosessualità del poeta nel suo rapporto con Antonio Ranieri), riesce ad evitare accortamente sia le trappole dell’agiografia che quelle della biografia romanzata.

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Recanati, Firenze, Napoli ovvero la famiglia, gli intellettuali, il popolo: sono queste sostanzialmente le tre grandi fasi che segnano la breve vita di Giacomo Leopardi ed è questo il solco che il film di Martone decide di percorrere disegnando l’immagine di un uomo la cui incapacità di vivere il proprio tempo non è dovuta ad inadeguatezza esistenziale ma al possesso di un ingegno ed una lucidità superiori alla media di buona parte dei suoi simili. Il Leopardi di Martone è quindi la storia di un uomo intempestivo che porta impresso sulla carne non tanto lo stigma della malattia quanto quello di una troppo precoce intelligenza che lo colloca in una sorta di guado, di terra di nessuno, che gli rende straniero sia il mondo vecchio rappresentato dalla figura paterna del conte Monaldo, sia quello nuovo che egli intravede in Pietro Giordani, l’intellettuale che per un certo tempo diventerà per lui una sorta di padre putativo.

Risultati immagini per il giovane favolosoTutto quanto sopra descritto viene reso dal film in maniera precisa e senza scivolamenti nella retorica, grazie anche ad un Elio Germano in stato di grazia. Lungi dal mostrare un essere dimesso e privo di slancio, il film disegna un uomo che, mutuando la celebre definizione che Pasolini avrebbe poi usato per se stesso, appare dotato di una “disperata vitalità”, una straordinaria voglia di successo e di gloria. Uno degli aspetti principali del film è la sottolineatura, nel carattere di Leopardi, di una fame quasi vorace d’amore e di vita che solo gli animi più nobili sono in grado di concepire e di comprendere. Per questa ragione, a dispetto di una prima parte forse un po’ illustrativa, assume grande importanza tutta la parte ambientata a Napoli (splendidamente fotografata, come tutto il resto del film, dal grande Renato Berta, collaboratore, tra gli altri, di De OliveiraGitai e Straub-Huillet) dove viene mostrato il rapporto del poeta con il mondo vivace e brulicante del capoluogo campano nel quale, almeno inizialmente, egli appare perfettamente integrato.

Uno dei meriti più grandi del film, infine, sta nell’attualizzazione della figura di Leopardi. In un’epoca in cui le certezze religiose avevano ormai ceduto il passo alle nuove idee liberali, altrettanto dogmatiche con la loro ottusa fiducia nelle masse, il Leopardi disegnato da Martone, col suo scetticismo radicale, la sua fede nella “verità del dubbio” il suo rifiuto di qualsiasi certezza ideologica, il suo solipsismo, diventa figura attuale e quanto mai contemporanea, simile e fratello di una umanità smarrita e in balia degli eventi. In questo senso, la ginestra evocata nella bellissima sequenza finale, il suo dover “piegare il capo innocente” alla colata lavica del vulcano sterminatore si trasforma, grazie al cinema, in grande sintesi, icastica, dell’ineluttabilità della morte.

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