Venezia 78, giorno 9. I fratelli D’Innocenzo raccontano una deriva esistenziale ma il film è un disastro

Il quinto e ultimo film italiano presentato nel Concorso principale di questa 78° Mostra del Cinema di Venezia è purtroppo anche il peggiore. Parliamo di America Latina, terzo lungometraggio di Damiano e Fabio D’Innocenzo, reduci dal grande e, a parere di chi scrive, eccessivo plauso critico ottenuto con il modesto e sopravvalutato Favolacce che l’anno scorso, in concorso alla Berlinale, si portò a casa addirittura l’Orso d’argento per la sceneggiatura. Erano dunque attesi al varco i gemelli di Tor Bella Monaca, salutati da coccole e blandizie ed eletti, un po’ troppo frettolosamente, a nuovi enfants prodige del cinema italiano, a veri e propri astri nascenti.

In questo loro nuovo lavoro, in sala a novembre, l’obiettivo dei due registi, dichiarato sin dal titolo, è quello trasportare il cinema di genere statunitense, in particolare il thriller psicologico, nella Latina paludosa delle bonifiche, delle centrali nucleari dismesse, dell’umidità, innestando nel racconto una regia. some suol dirsi, “d’autore”. “Latina” non va dunque inteso in senso aggettivale e richiede di essere scritto con lettera maiuscola. Il film racconta la storia di Massimo Sisti, interpretato da Elio Germano, alla seconda collaborazione con i D’Innocenzo dopo Favolacce. Sisti è il titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome, un uomo professionalmente realizzato, con una villa immersa nella quiete, e una famiglia felice. L’amorevole moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia, carine, educate e diligenti, sono la sua ragione di maggiore soddisfazione, il sigillo di un’esistenza proba e votata alla correttezza, come spiega all’amico Roberto in uno dei primi dialoghi con lui. Uno strano giorno, Massimo trova in cantina una sorpresa, qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.

“È amore” è la scritta, di colore rosso, che campeggia sul sobrio manifesto del film, per il resto completamente bianco e privo di qualunque immagine. Difatti, all’apparenza America Latina, utilizzando gli strumenti del thriller claustrofobico, racconta la storia di una crisi coniugale, messa a dura prova dalla crisi di Massimo che rischia di sfociare in una vera e propria deriva esistenziale. Quel si diceva anche ieri per il pur diversissimo Freaks out di Gabriele Mainetti può forse valere anche per la nuova creazione artistica dei D’Innocenzo: America Latina è un’opera in cui  la regia, tutta di maniera e nel complesso tutt’altro che brillante, finisce quasi subito per soffocare completamente il racconto. I due registi utilizzano massicciamente i primissimi piani, inquadrano da vicino pezzi di viso (un occhio, il naso, la fronte dei personaggi), fanno spesso ricorso a immagini sfocate, senza che vi sia una vera ragione legata a ciò che stanno raccontando. Sin dalla prima sequenza, li vediamo cimentarsi in movimenti di macchina sinuosi ed elaborati, quasi a voler fare sfoggio di una maestria registica e di una personalità che, almeno per il momento, sono ben lungi dal possedere.

Durante la conferenza stampa, i D’Innocenzo hanno affermato di aver voluto girare un film sull’importanza del femminile, sottolineando come l’assenza della donna possa risultare fortemente destabilizzante per un uomo, quale che sia la sua posizione economica. Al di là dei contenuti dell’assunto, su cui ciascuno è libero di avere la propria opinione, questa dichiarazione di intenti, alla luce dello spazio lasciato ai personaggi femminili, appare a dir poco stonata. Infatti, America Latina, pur mostrando spesso in scena tre donne (addirittura quattro, se si conta l’assistente del protagonista) non si preoccupa di approfondire il carattere e la personalità di nessuna di esse come se, in fase di scrittura, ci si fosse completamente dimenticati di tenerne conto. Della figlia maggiore apprendiamo solo che ha un fidanzato con cui esce la sera, della minore che suona molto bene il pianoforte, mentre nulla è dato sapere di Alessandra, se non che si mostra particolarmente premurosa verso un marito in evidente stato confusionale. Non basta rappresentare didascalicamente l’importanza delle donne se poi non ci si preoccupa di dare spazio, dignità e spessore ai personaggi femminili, che restano tutti relegati in ruoli di contorno, assolutamente inessenziali nello sviluppo narrativo.

America Latina si muove disseminando nella narrazione una serie di false piste ma le sequenze che si svolgono dopo la sorpresa iniziale (che non sveliamo) appaiono inefficaci e ripetitive, incapaci di portare avanti la storia. Del disegno approssimativo delle figure che ruotano intorno al protagonista si è già detto: va aggiunto che, anche nelle poche sequenze che si proporrebbero di apportare delle svolte narrative o di aggiungere qualche elemento in più, prevale l’ambiguità di una sceneggiatura un po’ troppo reticente. Poco incisivo nella descrizione d’ambiente, privo di approfondimento psicologico dei personaggi, compreso un Elio Germano troppo monocorde, America Latina è dunque un fallimento su tutta la linea, probabilmente il nadir del Concorso, insieme a Sundown dell’insipido Michel Franco. L’impressione è che i fratelli D’Innocenzo, ai quali non manca qualche numero in fase di regia, non abbiano ancora raggiunto la necessaria maturità al momento di mettere la storia su carta.

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