Compton’s Cafeteria: la rivolta delle ‘Screaming Queens’ di San Francisco, prima dei moti di Stonewall

di Marco Antonio D’Aiutolo

È appena trascorso giugno e, come ormai molti sanno, è stato definito LGBT Pride Month, cioè mese dedicato al Pride. Quest’anno se n’è parlato in lungo e in largo, sono stati scritti articoli, Instagram ha colorato di arcobaleno gli hashtag (pride, loveislove ecc.) per ricordare il 50th anniversario di questa manifestazione-parata della comunità LGBTQ+, che viene fatta risalire ai moti di Stonewall, avvenuti tra il 28 giugno e il 3 luglio del 1969. Ma, non tutti, anzi pochi sanno che i fatti di Stonewall sono stati preceduti da altre rivolte simili. Quali? E perché Stonewall, e non le precedenti, viene considerato l’evento che ha dato origine al movimento di liberazione gay?

All’inizio dello stesso mese è approdata nel catalogo Netflix anche una serie tv, Tales of the City, revival dell’omonima miniserie andata in onda nel 1993 e ispirata ai racconti di Armistead Maupin. È dichiaratamente LGBTQ+ e, riallacciandosi ai sei episodi precedenti, racconta il ritorno di Mary Ann Singleton a San Francisco per il 90th compleanno di Anna Madrigal. È più anziana, triste e non più saggia. Come si legge nella recensione su cinematographe.it.: “Si ricongiunge alla figlia Shawna e all’ex marito Brian dopo averli abbandonati per vent’anni per dedicarsi alla propria carriera.” “Una volta lì dovrà affrontare oltre che una terribile crisi di mezza età anche il giudizio e i dissapori della propria famiglia adottiva, composta da una nuova generazione di giovani queer e dall’inossidabile e granitica Anna Madrigal.” Ma cosa c’entra questo con Stonewall e il Pride, vi starete chiedendo? Lo spiego subito.

Ciò che mi interessa della miniserie è il passato segreto che porta dentro di sé la novantenne Anna Madrigal, proprietaria affittacamere di una casa a Barbary Lane e transgender post transizione. Il segreto è legato a un evento accaduto poco più di 50 anni prima. E, in effetti, è anche su questo che si basano i 10 episodi che prendono avvio proprio dalla seguente domanda: “Quanto è cambiata San Francisco dagli anni ’60?”, rivolta alla stessa Anna da Claire, una ragazza che si aggira nel quartiere sperando di fare un documentario su di lei e sulla trasformazione della città negli ultimi 50 anni. Evitando di spoilerare proprio tutto, mi prendo la licenza quantomeno dire che, nella fiction, Anna Madrigal è stata testimone di quell’evento che è un fatto storicamente accaduto.

È poco noto, come ho osservato sopra e come fa notare la serie stessa. È avvenuto nel 1966 e Claire ne parla come di un fatto che sembra essere stato insabbiato. In effetti, se si chiedesse di quale evento si tratti a un giovane gay di San Francisco, non saprebbe dirlo. Figuriamoci a un nostrano, dato che articoli in italiano scarseggiano. C’è solo qualche notizia in merito su Wikipink. L’Enciclopedia LGBT italiana, e fino agli anni ’90 buio assoluto. Finché, un bel giorno del 1991, la storica trans, Susan Stryker, sfogliando gli archivi della Gay and Lesbian Historical Society, si imbatte in una cronologia di eventi storici facente riferimento a un evento dell’agosto del ‘66: “Drag queen protestano contro le molestie della polizia alla Compton’s Cafeteria.” Solo che nel file non c’era quasi nessun’altra informazione rilevante. Ma Stryker, determinata a saperne di più, inizia le sue ricerche.

Non è stato semplice. Da un archivista della città viene informata che non vi erano rapporti di arresto, i documenti erano stati cancellati. Per cui ci sono voluti anni per venirne a capo. E Stryker ricostruisce un lento percorso cartaceo e l’inchiesta alla fine giunge a dei risultati. Apprende che nel quartiere di Tenderloin – a due miglia dal famoso quartiere gay di Castro, da tempo attrazione di gay bianchi –, all’angolo tra le strade Turk e Taylor, c’era un locale, un ristorante notturno che si chiamava Compton’s Cafeteria ed era “trans central”: un punto di ritrovo di trans. Grazie alle interviste di alcune queste, testimoni dell’accaduto, Stryker riesce a ricostruire i fatti in un documentario del 2005, Screaming Queens. Il titolo prende spunto da filmati, inclusi in esso, di un notiziario televisivo dell’epoca che parlava del Tenderloin come di un focolare di omosessuali e travestiti impegnati in un mercato di vizi, degrado e miseria umana, dove “queen urlanti” s’erano azzuffate alla Compton’s. Ma cosa accadde in effetti in questo locale?

In un recente articolo, comparso sul The Guardian (fri 21 Jun 2019), dal titolo emblematico Compton’s Cafetteria riot: a historic act of trans resistence, three years before Stonewall, si legge che in quel locale e in quell’agosto del ‘66, tre anni prima dunque della nota rivolta al bar gay Stonewall Inn nel Greenwich Village di New York, un gruppo di donne transessuali si ribellò alla polizia. Si racconta che tutto abbia avuto inizio dalla reazione di una delle trans che, stanca delle molestie e degli abusi subiti da parte della polizia, gettò una tazza di caffè in faccia a un agente, scatenando così una violenta sommossa. La polizia era stata chiamata dalla direzione in seguito ad alcuni disordini da parte delle trans. Ma le stesse erano costantemente vittime di soprusi e vessazioni da parte degli agenti. Venivano arrestate per crimini di ogni tipo, tra cui “female impersonation” e ostruzione del marciapiede. Subivano forti violenze, in quanto prostitute, da parte dei clienti e della polizia. Venivano spesso picchiate con manganelli. Le trans si proteggevano a vicenda, si guardavano le spalle l’una dell’altra e trovavano alla Compton’s un rifugio tranquillo. Quella notte, però, bastò una scintilla e la loro rabbia esplose. Secondo la ricostruzione, il gesto della trans fu una reazione al fatto che il pubblico ufficiale le mise le mani addosso. Le donne ricordano di aver lanciato le zuccheriere attraverso le finestre e di aver picchiato la polizia con le loro borsette. La rivolta si concluse la sera stessa con tavoli rovesciati, una macchina della polizia distrutta, un’edicola incendiata e le trans condotte via nei furgoni cellulari degli agenti.

Se, come scrive Giovanni Dall’Orto su Wikipink alla voce “Moti di Stonewall”, i fatti di New York suscitarono stupore perché nessuno si aspettava che gli omosessuali fossero in grado di tenere testa alla polizia, al punto che il poeta, Allen Ginsberg, in un’intervista rilasciata in quei giorni al The Voice, disse: “Sa, i ragazzi laggiù erano così belli: hanno perduto quell’aria ferita che i tutti i froci avevano dieci anni fa”; ciò che è accaduto alla Compton’s Cafeteria di sicuro fu un momento senza precedenti di “trans resistance to police violence” (The Guardian). L’articolo continua osservando che mentre negli USA (e aggiungerei in tutto il mondo), a giugno, la comunità LGBT ha celebrato il 50th di Stonewall, gli organizzatori della comunità trans a San Francisco si stanno battendo per cementare l’eredità della propria rivolta rivoluzionaria, designando ufficialmente il primo “trans cultural district” al mondo nel quartiere di Tenderloin. Perché, come dichiara, Donna Personna, performer e attivista trans, negli anni ’60 ancora teenager: “These ladies took the bullets for us… Everyone in our community stans on their shoulders [queste signore si sono beccate le pallottole per noi, ognuna di noi nella nostra comunità poggia sulle loro spalle]”.

Ma perché questa rivolta non viene ricordata, anzi è rimasta ignota fino al 1991 se non proprio fino al 2005? Si tratta veramente di insabbiamento? È ancora il Guardian a parlarne: “La convenzionale cancellazione della Compton’s dalle discussioni sulla resistenza LGBT è in parte dovuta all’esclusione delle persone trans dal movimento per i diritti degli omosessuali e dalle sfilate del Pride negli anni successivi”. La sessantottenne, Colette LeGrande, l’altra performer intervistata, che ai tempi aveva 15 anni, osserva che “for the average LGB person… Stonewall is the beginning of the actual movement for them. But fot the transgender girls, it’s Compton’s Cafeteria [per le persone LGB comuni… Stonewall è l’inizio del vero movimento. Ma per le ragazze transgender è la Compton’s Cafeteria]”.

D’altro canto, anche Dall’Orto dice qualcosa in merito nel contributo di cui sopra. Fa presente che, da un punto di vista storico, Stonewall non fu la causa della nascita del movimento gay, ma “solo l’evento fortuito che fornì l’occasione per presentare una serie di rivendicazioni che s’erano diffuse nelle coscienze per anni, e che erano mature per manifestarsi.” Gli storici contano una trentina di episodi simili tra il ’59 e ’69, tra cui quello di San Francisco che Dall’Arto data al 12 agosto del ’66. E anche dei moti di Stonewall “se ne sarebbe persa memoria (esattamente come era avvenuto con i precedenti, che sono stati riscoperti solo di recente dagli storici) se la nascita del movimento gay non avesse dato loro un significato simbolico. In altre parole, fu la nascita del movimento gay a rendere importante l’incidente al bar Stonewall, e non l’importanza dell’incidente al bar Stonewall a far nascere il movimento gay.

Infine cita le sociologhe Elizabeth Armstrong e Suzanna Crage, studiose della nascita del “mito di Stonewall”. I moti sono ricordati “perché furono i primi a soddisfare due condizioni: il fatto che gli attivisti considerassero degno di commemorazione il fatto, e che costoro avessero la capacità mnemonica di creare un evento in grado di veicolare la commemorazione. Il fatto che questa congiunzione si sia realizzata a New York nel 1969, e non prima di allora o altrove, fu il risultato di un complesso sviluppo politico che finì per convergere in questo momento e in questo luogo. […] La storia di Stonewall è quindi un successo della liberazione gay, piuttosto che un resoconto sulle sue origini.”

A ogni modo – scrive il Guardian – onorare la rivolta di Compton’s significa anche riconoscere che molte delle difficoltà del ‘66 rimangono attuali. Malgrado i progressi, le realtà che le trans (o non solo le trans, oserei dire) affrontano e le disparità sono sempre le stesse. A San Francisco come altrove. In fondo, ha ragione Anna Madrigal che risponde alla domanda di Claire dicendo che nulla è cambiato dal ’60 e che le persone sono sempre persone.

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