Un duplice ricordo di Giuseppe Lippi

ADDIO, GIUSEPPE

Ci sono persone che nella nostra vita hanno la stessa presenza di un luogo geografico. Come la favolosa India, le valli riarse del Grand Canyon, o i giardini di Versailles: non li abbiamo mai visti di persona ma sappiamo che sono lì, esistono, e questa presenza assiomatica ci rassicura, fa da spalla alla nostra immaginazione regalandoci in qualche modo bellezza, significato, profondità.

È il destino speciale di poche figure amplificate nei propri confini umani da una dote, gli artisti, o i letterati, fusi all’oggetto dei propri studi di cui assumono la stessa sostanza, come Umberto Eco e le parole, mattoni di un’esistenza straordinaria.

L’inaspettata scomparsa di Giuseppe Lippi ha cancellato dai nostri atlanti interiori una regione di confine tra molte dimensioni, lasciandole più vuote, più fredde, orfane di una presenza familiare e granitica, costante riferimento per tutti gli amanti del fantastico.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Giuseppe di persona, tranne fuggevoli scambi di battute sui social, in cui è stato un sempre piacevole e arguto animatore di discussioni, eppure la sensazione di perdita di un amico è altrettanto bruciante, perché la sua presenza ha sempre siglato con competenza, passione e rigore i contorni del mondo inafferrabile che ha formato me e tanti altri lettori.

Il Fantastico in tutte le sue forme non è stato per Giuseppe Lippi un distaccato oggetto di studio, una professione, quanto piuttosto l’espressione tenace e coerente di un progetto esistenziale, quello in cui si riconoscono migliaia di sognatori che guardano alla realtà col filtro della reinvenzione, per elaborarla, per non farsene intrappolare, per poterla guardare con occhi nuovi sempre e metterla in discussione. Dai tempi della prima rivista “Robot”, diretta dall’altrettanto compianto Vittorio Curtoni, la sua firma ha significato un terreno solido in cui incamminarsi, la garanzia di una sconfinata cultura che spaziava dal weird alla fantascienza, trovando sempre angoli inediti da evidenziare, con la capacità di renderne lampanti gli aspetti significativi, senza intellettualismi né inutili esibizioni culturali.

Siamo un poco più soli, ora che questo piano di esistenza ha dovuto smettere di trovarlo alla guida delle navi che tutti gli amanti del fantastico erano soliti frequentare. Resta un patrimonio di studi che continueranno a mantenerne viva la ricchezza interiore, come l’eco di un’intelligenza che non smette di parlarci e sedurci attraverso il suo lavoro.

Fabio Lastrucci

 

CITTADINO DELLA GALASSIA CENTRALE

Pretendere di condensare nello spazio di un articolo l’importanza che Giuseppe Lippi ha avuto nella cultura letteraria italiana, nella formazione personale non solo di tanti appassionati lettori ma anche di tanti autori “di genere”, noti o sconosciuti (come il sottoscritto), è impresa talmente improponibile che non ci proverò neppure. Di sicuro altri con ben maggior titolo (in particolare quelli che hanno avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo da vicino e collaborare con lui) lo hanno fatto e lo faranno nei prossimi giorni e in futuro. Poiché invece credo che oggi il senso di perdita, di cordoglio e dolore siano trasversali nell’attanagliare il cuore di appassionati e addetti ai lavori di tutte le età, ritengo più giusto lasciar parlare queste sensazioni che sento intimamente, attraverso il ricordo della mia conoscenza del lavoro di questa personalità che tanto ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà nell’editoria di genere in ambito italiano.

Sono cresciuto in una famiglia in cui la letteratura fantascientifica è stata sempre una grande passione per mio padre e molti dei suoi fratelli e sorelle. A casa dei nonni spesso nelle feste, dopo un pranzo pantagruelico, mentre i grandi restavano in sala da pranzo a chiacchierare io cercavo un angolo per fare il riposino pomeridiano; tuttavia molto più spesso arraffavo qualcuno di questi strani libri che mi aprivano dinanzi alla mente visioni di mondi lontani, nello spazio e nel tempo, pianeti dalla fauna e flora strane e talvolta spaventose, società del futuro dominate dalla tecnologia e in cui gli uomini si scontravano con macchine ribelli o invasori alieni, ucronie e distopie assortite. Nacque e si cementò in quelle occasioni il mio amore per la fantascienza, e per Isaac Asimov in particolare, passione che non mi ha mai in fondo abbandonato.

Credo che il mio primo incontro con Giuseppe Lippi sia avvenuto nell’aprile del 1992 quando, all’indomani della morte di Asimov, comprai nella libreria più fornita della mia città l’edizione Oscar Fantascienza di La fine dell’Eternità, che avevo iniziato a leggere a casa di mia nonna ma poi avevo dovuto lasciare lì. Il primo di una lunga serie di libri di Asimov saccheggiati in quella piccola libreria di provincia. Il romanzo, che resta a distanza di oltre 25 anni uno dei miei preferiti era ovviamente tradotto da Giuseppe Lippi e accompagnato dalla sua acuta introduzione.

Nel corso del tempo successivo, finii per acquistare compulsivamente tutte le pubblicazioni asimoviane pubblicate dalla Mondadori, tra edizioni Oscar e altro, tutte quasi sempre tradotte da “Mr. Urania” e con le sue introduzioni che fornivano oltre che riferimenti biografico-storici sulla genesi delle opere, anche spunti analitici sempre puntuali e mai banali.

Dissolvenza, piccolo salto temporale di un paio d’anni. Io in versione studente di liceo, dopo aver macinato la narrativa, la poesia e persino la saggistica di Edgar Allan Poe, da accanito e reverente lettore di Dylan Dog inizio a scoprire altri nomi della narrativa weird, grazie ai riferimenti letterari che trovavo sulle sue pagine sanguinolentemente illustrate. Howard Phillips Lovecraft e Richard Matheson erano tra quelli più frequenti. E devo ancora una volta ringraziare il Signor Giuseppe per averli potuti conoscere e amare, questi due autori così diversi, in un certo senso agli antipodi eppure entrambi così fondamentali ancora oggi per decodificare le coordinate della narrazione del fantastico perturbante. La sua opera di traduzione, analisi critica e introduzione al lettore italiano della produzione di Lovecraft è stato un lavoro così monumentale, attento e al tempo stesso animato da sincero amore e passione, che basterebbe da sola a garantirgli la meritata immortalità nella storia dell’editoria del fantastico nostrano. Altrettanto monumentale fu la sua meritoria cura delle edizioni italiane di Matheson, a cominciare dalla splendida traduzione in quattro volumi delle antologie della serie Shock!: la sua introduzione critico-biografica all’autore è non solo un ottimo compendio sull’importanza di Matheson nella narrativa del ‘900, ma anche un saggio imprescindibile per chi voglia avvicinarsi all’analisi della letteratura del fantastico perturbante.
Ho citato tre esempi a me più cari, ma in realtà l’opera di curatore e traduttore di Lippi ha riguardato un’infinità di altri autori, proposti soprattutto nell’arco della sua quasi trentennale direzione della collana Urania ma anche come curatore per Oscar Mondadori, da Fredric Brown a Bruce Sterling,  da H. W. Whitehead a Joe Landsdale, attraversando le più disparate branche della speculative fiction; tra le sue ultime fatiche, la pubblicazione organica in due volumi per Urania Horror dei racconti brevi in ambito weird e horror di R. E. Howard.

Personaggio molto attivo nell’ultima parte della sua vita anche sui social network, spesso amato-odiato per il suo essere libero dalle maglie del politicamente corretto, lo avevo anche io tra i contatti, e l’ho incrociato in tutte le edizioni della convention “Strani Mondi” di Milano cui ho partecipato; purtroppo la mia timidezza e quel senso di soggezione  che mi viene naturalmente dinanzi ai grandi mi ha sempre impedito di accostarmici, cosa di cui oggi mi rammarico fortemente. Come mi rammarico del fatto che Giuseppe Lippi aveva ancora tanto da dare ai lettori italiani.

Vincenzo Barone Lumaga

 

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