“L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli: i predatori del feudo perduto

Sarai mondo se monderai lo mondo!
da: L’armata Brancaleone

Immagine correlata“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori”: così recita il famoso chiasmo incipitario de L’Orlando Furioso, il celeberrimo poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, ambientato in epoca medievale che narrava le gesta dei cavalieri cristiani, impegnati a combattere contro i Mori “infedeli”, secondo la tradizione della chanson de geste, l’epica nata alla fine dell’XI secolo nel nord della Francia. Eroismo, lotta coraggiosa anche sino alla morte, difesa dell’onore delle pulzelle in pericolo, lealtà nei confronti dei compagni in armi: sono questi alcuni dei temi ricorrenti di queste narrazioni, così come ci sono state insegnate a scuola.

Risultati immagini per l'armata brancaleone fotoA sfatare questo mito, anzi a demolirlo sino a ridurlo a brandelli, ci pensò all’inizio del 1966 un’opera cinematografica goliardica, grottesca, dirompente e iconoclasta come L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, che si avvalse in sede di sceneggiatura della collaborazione degli ormai fidatissimi Age e Scarpelli. I due sceneggiatori fornirono un contributo decisivo al film attraverso la geniale invenzione di una lingua maccheronica condita di latinismi e dialetti che sarà uno dei principali punti di forza del film, uno straordinario elemento di novità stilistica. Tra l’altro, sebbene molti fossero stati, sin dai tempi del muto, i film italiani ambientati in epoca medievale, nessuno aveva tentato un’operazione così ardua, inedita e rischiosa. Tra i precedenti più illustri c’erano stati nel 1955 Donne e soldati di Antonio Marchi e Luigi Malerba (che mostrava tra le altre cose Marco Ferreri, non ancora regista affermato, attore in abiti corazzati) e l’ottimo e sfortunato I cento cavalieri di Vittorio Cottafavi (1964). Monicelli dichiarò comunque che, nel restituire scenografie e ambienti dell’epoca, il suo modello di riferimento era stato il sublime Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini (1950).

Risultati immagini per l'armata brancaleone fotoL’armata Brancaleone è frutto di uno straordinario lavoro di squadra compiuto da tutta la troupe: oltre agli sceneggiatori, il regista poté avvalersi della collaborazione di Piero Gherardi, costumista e scenografo di Federico Fellini, due volte premio Oscar per La dolce vita e Otto e mezzo, delle musiche di Carlo Rustichelli, il cui leitmotiv “Branca Branca León León” è divenuto ormai popolarissimo, della fotografia di Carlo Di Palma, e dell’apporto di Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati, creatori dei disegni animati, ispirati ai pupi siciliani, che scandiscono i titoli di testa e di coda del film. Un cenno a parte meritano poi gli attori, che costituiscono un coro perfetto intorno ad un indimenticabile Vittorio Gassman, una volta di più nel ruolo del mattatore: Gian Maria Volonté, che interpreta il principe bizantino Teofilatto dei Leonzi, con la sua parlata nobiliare con la “r” moscia; Enrico Maria Salerno, nel ruolo di Zenone il Santone, che guida una sciamannata ed esilarante brigata in missione religiosa in Terrasanta; l’ebreo Abacuc, interpretato dal grande caratterista Carlo Pisacane.

 

Risultati immagini per l'armata brancaleone fotoE poi le donne: Catherine Spaak, pulzella “gentile” che lo sventurato eroe si impegna a salvare e a conservare illibata e che viene invece “presa” di nascosto da Teofilatto; la ninfomane Maria Grazia Buccella che Brancaleone sta per concupire (col famoso “Dàmmiti, prendimi, prendimi e dàmmiti! Cuccurucù”) prima di fuggire via a gambe levate quando scopre che è la vedova di un appestato, infine la conturbante Teodora, interpretata dell’ icona horror Barbara Steele, che il povero Brancaleone, destinato ad andare sempre in bianco, scopre essere un’appassionata di sadomaso che insegue il cavaliere con la frusta. Insomma, siamo partiti da Ariosto ma è chiaro che il film, per sviluppo ed approdo, ha i suoi modelli letterari ne Il Guerin Meschino di Andrea da Barberino, ne Il Morgante di Luigi Pulci e soprattutto nell’universo caotico creato dai classici di Rabelais Cervantes. Difficile invece, come si è detto, individuare una filiazione cinematografica per un film che appare come un’opera seminale per arguzia, originalità stilistica e linguistica e persino per messa in scena. Tuttavia, oltre a Rossellini, vengono in mente l’ironia anti religiosa di Simon del deserto di Luis Buñuel (1964) e, non sembri un’eresia, qualche elemento de I sette samurai di Akira Kurosawa (1954), specie nel personaggio rodomontesco interpretato da Toshiro Mifune.

 

Risultati immagini per l'armata brancaleone fotoD’altra parte, seppur di tutt’altro tono rispetto al capolavoro giapponese, al film di Monicelli non manca un retrogusto serio: la compagnia di straccioni che accompagna Brancaleone sembra infatti una perfetta metafora di un’Italia plebea, incolta e miserabile, così come la violenza, la follia e il fanatismo del Medioevo ci sono tutti, seppur virati in farsa. Senza dimenticare infine l’intenso elogio funebre recitato da Gassman sul corpo morente del vecchio Abacuc, ormai in viaggio verso un paradiso ignoto che, comunque si presenti dinanzi agli occhi del trapassato, “sarà sempre meglio di questa vita che ci toccò in sorte”. Un epitaffio che la dice lunga sul sottofondo malinconico di cui è intriso il film.

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