“The Post” di Steven Spielberg: la stampa come faro nella nebbia

Il diritto a pubblicare si afferma nel pubblicare
Da: “The Post”

1971: Katharine Graham (Meryl Streep) è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è, di norma, maschile, Ben Bradlee (Tom Hanks) è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni [sinossi].

Il Congresso non promulgherà leggi…che limitino la libertà di parola, o di stampa”. Così recita il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, ed è questo il punto cardine della sentenza che diede ragione all’allora direttore del Washington Post e alla sua editrice contro il Presidente Richard Nixon, di lì a poco travolto dal successivo scandalo Watergate. La decisione della Corte Suprema recitava infatti che “Nel primo emendamento i Padri Fondatori hanno garantito alla libertà di stampa la protezione che deve avere per svolgere il suo ruolo essenziale nella nostra democrazia. La stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governatori…Solo una stampa libera e senza costrizioni può effettivamente rivelare gli inganni del Governo”.

The Post, il trentesimo lungometraggio per il cinema del grande Steven Spielberg, è illuminato da questi due fari, in un discorso sull’importanza del giornalismo libero che non può non rimandare a Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, la celebre pellicola del 1976 interpretata da Dustin Hoffman e Robert Redford, e al recente premio Oscar Spotlight di Tom McCarthy, con il quale il film di Spielberg condivide lo sceneggiatore Josh Singer. Questa vergogna di Stato coinvolse vari Presidenti, da Truman a Nixon, passando per Eisenhower, Kennedy e Lyndon Johnson, e vide in Robert McNamara, Segretario di Stato dal 1961 al 1968, una sorta di Rasputin, consigliere e stratega di due presidenti negli anni cruciali del conflitto in Vietnam, e poi presidente della Banca Mondiale. A questa figura-chiave, il grande documentarista Errol Morris dedicò il suo The Fog of War, importante e fondamentale film-intervista in undici lezioni, che dava la parola direttamente a McNamara che, ormai giunto all’età senile, riconosceva di essere stato dispensatore di morte, al soldo di uomini potenti, in parte assumendosi le proprie responsabilità, in parte giustificandosi e facendo appello all’incapacità degli uomini di controllare il corso delle cose.

Nel raccontare questa vicenda, Spielberg sceglie una messinscena asciutta che, a parte alcuni sinuosi e avvolgenti movimenti di macchina, peraltro molto belli, si mette al servizio dei fatti, riducendo al minimo ogni orpello di natura estetica. The Post continua il discorso su alcuni momenti cruciali della storia politica degli Stati Uniti ripreso di recente dal regista di Cincinnati con i precedenti, e migliori, Lincoln e Il ponte delle spie. Come le due pellicole citate, e forse in misura ancora maggiore, The Post è un film molto parlato, talvolta persino verboso: difatti, i maggiori momenti di suspense di quello che è a tutti gli effetti un thriller politico, stanno nello scoprire cosa diranno, che decisione annuncerà la voce dei principali attori della vicenda, prima fra tutti naturalmente Katherine Graham, interpretata da una Meryl Streep sempre intensa. Girato a ritmo incalzante, quasi burocratico nel suo fondarsi su carte e documenti, nel suo seguire la costruzione materiale di una notizia attraverso il linotype e la macchina da scrivere, pur con qualche scivolone nella retorica e più di un momento troppo didascalico, The Post riesce a trovare una sua autonomia ed una sua originalità rispetto ad altre opere analoghe allargando il discorso dalla libertà di stampa a quello sul potere e sul sistema di dominio su cui si fonda il rapporto tra i sessi e legando a filo doppio i due temi.

È infatti Katherine, sola in un mondo di maschi, oppressa dal peso sociale che pone scarsa fiducia e considerazione nella capacità di discernimento femminile, a doversi assumere la responsabilità di una decisione cruciale, in qualità di padrona del giornale, potere del quale si trova investita per caso, in virtù del suicidio del marito. Ma sarà Tony Bradlee, moglie di Ben, (interpretata da Sarah Paulson), ad aprire gli occhi del marito sulla situazione di Katherine e la pressione cui ella è sottoposta, così come sarà una donna a dare l’annuncio della sentenza favorevole della Corte Suprema. E donne sono anche una delle figlie di Katherine, con la quale l’editrice si confida in un momento di intimità domestica (in una scena cui fa da fastidioso contrappunto la musica invasiva e tutt’altro che memorabile di John Williams), la bambina di Hanks/Bradlee che prepara limonate ai redattori del giornale, impegnati nella faticosa ricostruzione dell’ordine di quelli che diventeranno i “Pentagon Papers”, la giovane hippie che consegna i primi documenti alla sede del Post (sebbene qui l’avvenimento si dimostri piuttosto inattendibile).

Questa sorta di sorellanza, che fa di The Post uno dei film più scopertamente femministi di Spielberg, è resa plasticamente, con mirabile sintesi icastica, nella breve ma indimenticabile sequenza in cui Katherine si divincola dall’assalto dei giornalisti, acclamata da un gruppo di donne, e incede facendosi largo tra la folla, quasi che il suo passo stesse tracciando un sentiero che avrebbe rivoluzionato la condizione femminile. Tuttavia, tenendo conto di quanto poco questa sia cambiata, appare evidente che quella scena astrae Katherine dal suo contesto per fare di lei una sorta di simbolo che getta la sua ombra in una modernità che dimostra, dopo il caso Weinstein, quanto quell’immagine risulti un auspicio piuttosto che celebrare la realizzazione e il compimento di un percorso.

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