“Lincoln” di Steven Spielberg: la lingua è più forte della spada

Gennaio 1865. Mentre ancora infuria la Guerra di Secessione, il presidente Abraham Lincoln, da poco rieletto, si batte per far approvare dal Congresso il XIII Emendamento alla Costituzione, che dovrebbe sancire l’abolizione della schiavitù in tutti gli Stati Uniti d’America. Ma per cambiare la Carta è necessario disporre del voto dei due terzi dell’assemblea. Per questa ragione i repubblicani, sebbene ampiamente in maggioranza, necessitano dell’appoggio di almeno venti membri del Partito Democratico. Pur di raggiungere il suo scopo, Lincoln non esita ad ordire un piano non proprio cristallino che punta ad ottenere l’appoggio di alcuni rappresentanti dell’opposizione in cambio di favori e nomine politiche.

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Il Lincoln di Steven Spielberg irrompe nella filmografia del regista di Cincinnati come un’opera anomala e spiazzante. Infatti, nel raccontare uno degli eventi più importanti del XIX secolo l’autore di E.T. sceglie il registro, per lui insolito, della sobrietà e del rigore stilistico, traendo da Team of Rivals di Doris Kearns Goodwin un film volutamente verboso e antispettacolare. Tutta la consueta magniloquenza del cinema spielberghiano cede il posto questa volta alla forza del linguaggio (inteso come “Verbo”), mettendo al centro del racconto un personaggio dotato di una straordinaria capacità affabulatoria e di una prodigiosa e inesauribile abilità retorica. Azzardando un neologismo, verrebbe da dire che la magniloquenza lascia il posto alla “magniloquela”. In questo senso, più che a J. Edgar (2011), cui venne da molti accostato al momento della sua uscita, verrebbe da pensare un altro film di Clint Eastwood, il bellissimo e sottostimato Invictus (2009), dove si vedeva un altro gigante della Storia, Nelson Mandela, che riusciva a riunificare il popolo sudafricano in virtù di un ideale (apparentemente) extra-politico come quello legato allo sport, che diveniva a sorpresa collante prodigioso per un intero Paese.

Anche nel film di Eastwood, la capacità oratoria del carismatico protagonista (un grande Morgan Freeman) aveva un ruolo determinante. Tuttavia, a differenza del modo leggermente agiografico con cui Eastwood dipingeva il suo Mandela, Spielberg descrive Lincoln soprattutto come un campione di Realpolitik. Il Presidente americano sceglie, infatti, la corruzione come strumento di persuasione dei suoi avversari e non esita a far proseguire la guerra, pur conscio che essa continua a mietere decine di vittime ogni giorno, compreso il suo figlio maggiore. Il Lincoln di Spielberg è una figura apparentemente dimessa: viene ripreso quasi sempre avvolto in uno scialle, così come al momento del voto finale del Congresso la macchina da presa ce lo mostra mentre sta giocando con suo figlio, e sembra preferire intrattenersi con i singoli piuttosto che con le folle. Cionondimeno, il suo carisma ne risulta poco scalfito: egli ricorda il patriarca ebreo, il biblico Abramo (nomen omen), la guida di un popolo, pronto a sacrificare al suo dio, la Nazione, persino il suo figlio primogenito William/Isacco. Da questo punto di vista, Daniel Day-Lewis offre un’interpretazione encomiabile per precisione e misura, temperando il suo istrionismo e spesso riscattando con la sua straordinaria presenza scenica una sceneggiatura (di Tony Kushner) forse un po’ prolissa che rende il film qua e là pesantemente didattico, specie nella prima parte, prolungandolo fino alla durata monstre di 150 minuti.

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Singolare è anche il modo in cui il film affronta il tema della guerra. Come in Salvate il soldato Ryan (1998), il film si apre mostrando una battaglia ma, a differenza dell’altro film e di quei memorabili ed esplosivi (in tutti i sensi) 24 minuti, qui vediamo pochi flash di alcuni scontri barbarici in cui prevale il combattimento corpo a corpo. La macchina da presa si sposta, però, subito all’indietro per inquadrare i primi piani di alcuni soldati (sia bianchi che neri) al cospetto del Presidente Lincoln: con grande sintesi icastica il regista ci avverte subito che la guerra, nel film, resterà sullo sfondo per lasciare il posto alla figura di un uomo che, assiso al centro, cercherà con successo di riunificare un popolo diviso. Così come la guerra, anche la Morte non viene mai veramente mostrata e/o rappresentata. Lincoln visita un campo dopo la battaglia, la morte del figlio William viene soltanto evocata attraverso il dolore della madre, e la stessa esecuzione del Presidente viene soltanto annunciata (di lui vediamo solo il cadavere riverso su un letto) su un teatro, proprio mentre sul palco un uomo ne infilza un altro con la spada.

La guerra e la Morte, così, nel film non accadono: esse sono sempre già accadute, e il gesto dell’attore sul palcoscenico ne è quasi la rappresentazione archetipica, quasi a voler dire forse che la Vita e la Morte sono meno importanti della Storia.

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