“Foxcatcher” di Bennett Miller: chiamami Aquila

Risultati immagini per foxcatcher filmFoxcatcher è il terzo film di Bennett Miller dopo il buon esordio con Truman Capote – a sangue freddo (2005), che diede al compianto Philip Seymour Hoffman l’unico Oscar della carriera, e Moneyball – l’arte di vincere (2011), bellissimo e sorprendente film sportivo con Brad Pitt in uno dei suo ruoli migliori. Presentato in Concorso al Festival di Cannes nel 2014, Foxcatcher si aggiudicò un meritato premio per la Migliore Regia, sbaragliando grandi concorrenti come David Cronenberg (Maps to the Stars), Naomi Kawase (Still the water), Mike Leigh (Mr. Turner), i fratelli Dardenne (Due giorni, una notte), Oliver Assayas (Sils Maria) e Tommy Lee Jones (The Homesman), e ricevette cinque nomination all’Oscar (ma, scandalosamente, non per il miglior film), di cui nessuna andata a buon fine.

Sin dalle prime immagini leggiamo l’immancabile avvertimento: stiamo per assistere ad un film “basato su una storia vera”. E la storia è quella dei fratelli David e Mark Schultz, lottatori di wrestling di livello professionistico (vincitori della medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1984) dove Mark, il più giovane, è allenato da David, e del loro rapporto con l’eccentrico miliardario John Eleuthère du Pont, bizzarra figura di filantropo, patriota, ornitologo, filatelico e proprietario della squadra di wrestling il cui nome fornisce il titolo al film. Una storia vera, Foxcatcher, si diceva. Eppure nessun racconto come questo straordinario film, ad avviso di chi scrive una delle opere migliori uscite in sala nel 2015, si presta in maniera così perfetta ad una lettura fortemente simbolica. Du Pont, magistralmente interpretato da un inedito e glaciale Steve Carell, diventa per il giovane orfano Mark, cresciuto all’ombra di suo fratello, padre e mentore ma soprattutto emblema e incarnazione di un Paese, gli Stati Uniti d’America, portatore di un patriottismo bieco e malato, reazionario e delirante, che alleva e nutre i suoi figli per poi divorarli, moderno Saturno che non sopporta neppure per un attimo l’idea di non essere al centro dei loro pensieri.

Non è quindi un caso se, forse inventando liberamente, gli sceneggiatori Dan Futterman e E. Max Frye descrivono un du Pont che vuole essere chiamato dai suoi ragazzi “Aquila” (l’uccello rappresentato negli stemmi U.S.A. come simbolo della nazione) in un film in cui la componente zoologica sembra avere un ruolo non secondario: i cavalli allevati dalla madre di du Pont, gli uccelli da cui l’uomo è affascinato, le volpi la cui caccia veniva praticata dalla famiglia del magnate e da cui proviene il nome del team. Del resto, lo stesso sport praticato dai fratelli Schultz, sebbene fondato su grandi abilità tecniche ed atletiche, è basato su un corpo a corpo simile per certi versi al combattimento animale. Foxcatcher ha uno dei suoi maggiori punti di forza in una sceneggiatura davvero da manuale, sia per il disegno preciso dei personaggi, descritti in maniera infallibile, che per la quantità di elementi simbolici e psicologici messi in campo. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un film girato in stato di grazia da un regista in crescita capace di superare sé stesso ad ogni nuova prova. Bennett Miller si dimostra ancora una volta  un ottimo direttore di attori con una regia dal respiro talmente ampio che può dirsi degna addirittura del miglior Clint Eastwood (ad esempio, al suo Million Dollar Baby, col quale il film condivide l’ambientazione sportiva).

Infine, impossibile non soffermarsi sulla eccellente prova degli attori: Steve Carell disegna con grande finezza psicologica il suo du Pont, personaggio sgradevole ma che la sceneggiatura ha il pregio di non appiattire stolidamente nel ruolo del classico villain ma di riempire di una tragicità che collima con la pena. Mark Ruffalo è preciso ed intenso nel ridotto numero di scene a lui destinate mentre Channing Tatum è un Mark Schultz dolente e umanissimo, perfetto nell’incarnare il figlio tradito di un Paese che promette sogni e regala incubi. Doloroso e malinconico, Foxcatcher è uno dei più grandi film sull’America degli ultimi trent’anni, un’opera che smaschera la falsità del mito dei tre pilastri Dio-Patria-Famiglia dove il primo non si vede mai e il secondo vuole tutto a spese del terzo. Il Re non è soltanto nudo ma anche violento e cannibale. Capolavoro.

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