Lorca assassinato

Non è un autore per i tuoi 13 anni, e più grave se lo ami a 15, ma l’attrazione è stranamente innaturale, come l’asparago nella serra. Un pomeriggio lo incontri, nell’ultimo angolo di un cassetto che non ti appartiene, e il rubare assomiglia a qualcosa che dovevi, non una scelta ma un caso.

Non si può essere un critico, ho sempre ritenuto una miseria darsi l’aria di chi comprende, spulciare l’accento circonflesso e inventarsi l’attimo prima del rigo scritto. Perché analizzare è sputare sull’incanto, tagliare, levigare, rasserenare, disarmare la parola che girava col fucile. I critici sono la gendarmeria del senso, la “spiegazione” le manette. Ci sono poi i tristi casi di pestaggio brutale, ed ecco che ti ritrovi con Lorca assassinato.

Il mio Federico Garcia Lorca mi venne incontro a pugni nudi e scalzo, saltai introduzione e nota con una sola falcata, cercai di rimanere vivo tra gli spari sanguinosi dei suoi versi. Mi vidi morto sotto le sue arance andaluse, e tentai di spiare alla porta della sua taverna la forma del fantasma che agguantava i sonnolenti bevitori che si davano al vino. Non feci resistenza alla sua altalena spaziale, ora nella casupola, ora nelle stelle; lo spagnolo non è di quelli che ti tengono all’angolo e ti fanno nero il viso con i ripetuti ganci della disperazione, ti prende tra le sue delicate braccia e ti scaraventa oltre le corde, fuori il palazzetto dove tutto comincia. Ti dona la leggerezza del volo e il gonfiore dello schianto, così come ti fa amare la vita mentre ti mostra i vermi che la sfigurano.

Lorca non si può amare a 15 anni, invece io lo venerai. Per i nostri 15 anni la Musa c’inventò Rimbaud e Baudelaire, ci servì sul piatto del mattino Nietzsche nel suo aspetto leggero, c’invitava a portarci a letto la bottiglia di Dylan Thomas. Cosa farsene di una pagina chiara, colorata come quella che potete trovare nello zaino di un bimbo di prima elementare? Con quel foglio macchiato potei vedere molti accidenti e sentire troppi canti per non averli ancora, come un fermacarte d’argento, a trattenere il mio cuore.

Nella sua giullaresca strofa, cantilena d’asilo, nei suoi gitani che pizzicavano corde di chitarra sentivo montare un primitivismo pagano che non conosce ancora l’opposizione col Dio solo; mi sdraiavo sulle foglie di limoni e dalle loro coppe assaggiai la sofferenza e la ribellione. Queste ultime le trovavo anche nei superbi francesi, ma loro non avevano le nacchere e avevano smesso di ridere. Gli andalusi che passavano per Cordoba e per Siviglia invece ridevano mentre perdevano sangue, e sapevano evocare: mai vidi più colline e più donne che in due versi di Lorca. Uomini e paesaggi si davano appuntamento per dimorare nella piazza di un solo giro di note, e l’occhio mio non poteva svoltare all’angolo che portava via. Avete mai visto un bimbo abbandonare il gioco che lo seduce e lo spaventa?

Come una stupefatta creatura che non vuole capire il meccanismo che muove la ruota per non rimanere deluso della sua immaginazione, così mi perdevo nei suoi paesi del Sud, tra le olive e i mirtilli. Non volli sapere quando e come ebbe vissuto l’autore di quelle meraviglie nere, rifiutai la stretta di mano che precede ogni conversazione. M’imposi di conoscerlo solo tra le virgole e il daccapo; lo seguii nel suo mestiere di assassino. Quante parole tagliò dalla testa ai piedi strappandone il falso cuore meccanico. Lorca fu il mio assassino innocente. Quando scriveva “argento”, o “fiume”, oppure “madre”, lui scriveva altro, io sentivo altro.

Fissare una sequenza dello spagnolo è come infilare le mani in qualcosa di troppo evidente per non dubitare che ci sia l’inganno. Ma non c’è la truffa, e il simbolo rinvenuto è solo la corsa in un mattino accecante, col foglio in controluce. La sua morte è come quella sognata dai bimbi, piena di colori e mai disegnata sul serio, con quella teatrale disperazione dei grandi. Più tardi, ormai cresciuto, seppi della sua “guerra”, mi raccontarono che fu preso nella notte, giustiziato in un campo. Prima degli spari capì che la morte non è una metafora, ma ha il suono secco di un fischio metallico. Questo forse pensò, mentre le pallottole gli aprivano il cuore bianco e oro.

Non potrò mai sapere se ripensò a questa sua vecchia poesia:

Quando morrò/seppellitemi con la mia chitarra/sotto l’arena. Quando morrò,/tra gli aranci/e la menta./Quando morrò,/seppellitemi, se volete, in una banderuola./Quando morrò!

 

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