Social network

di Eliana Petrizzi

Su Facebook ho più di 3.000 amici. 3.000 persone sono tante, gli abitanti di un paese. Quando nella vita reale accade di incontrarsi, l’imbarazzo è grande, perché si fatica a riconoscersi, o perché ci si aspettava qualcun altro. Su Facebook, in linea di massima le foto vincono sui testi, le banalità sulle notizie interessanti, le gare a pelo d’acqua sulle calate speleologiche. Di fatto, un social è un ritratto fedele dell’umanità che, se resta interessante per la sua varietà, è oggi soprattutto un’umanità distratta e frettolosa. Tra una curiosità fugace e l’indifferenza, il mondo degli uomini è un caleidoscopio di maschere, dove a volte si è uno – più spesso nessuno – attraverso centomila. Ciononostante, mi accorgo pure di quante cose positive succedono in giro, non inferiori, per qualità e numero, a quelle che ogni giorno alimentano il mio disappunto.

Molti trovano FB caotico e pieno di idiozie. Ma il problema è sempre nella gestione dei mezzi. A me Facebook, come il web in generale, fa venire in mente Funes, il personaggio di un racconto di Borges, dotato di una memoria prodigiosa per la quale ricordava ogni cosa vista, sentita o vissuta dalla nascita; una memoria non selettiva, che faceva di Funes un perfetto idiota inadatto alla vita. Il problema non è disporre di una quantità di nozioni e strumenti, ma delle cognizioni critiche necessarie a discernere e a utilizzarli; insomma, a farli funzionare. Attraverso Facebook, ho conosciuto siti e portali d’informazione, blog di letteratura e di cultura artistica. Ho trovato persone interessanti, ho avuto modo di far conoscere il mio lavoro a tanti che mi ignoravano, e per la stessa via ho conosciuto quello di persone che oggi seguo e stimo. Mi sono pure concessa qualche vanità, imparando a tollerare così quelle degli altri. Facebook mi ha aiutata a leggere qualcosa di valido quando avevo finito i libri, ingannando attese impreviste fuori casa. Naturalmente, non mancano frivolezze, banalità, kitsch, bufale e luoghi comuni; fanatismi, marketing autoreferenziali e crudeltà. Ma questa è la varietà del mondo. Dalla foto del panzarotto appena sfornato al video che spiega la successione di Fibonacci, cose e persone sono bengala nel buio che lanciano ponti, nella speranza di essere meno soli. D’altra parte, tutta la filosofia, l’arte e le religioni nascono da questo bisogno di consolazione. Facebook è solo la versione low cost, o se preferiamo, il precipitato pop dei massimi sistemi speculativi della storia. Non serve un social per capire che l’imperativo categorico di ognuno è il proprio ego; priapico, avido, onnipresente. Un social semmai serve a confermarlo.

Ognuno si offre al mondo: chi vendendo un prodotto, chi dando credito a maschere, chi mostrando il proprio operato con sconcertante schiettezza. E ciascuno fa questo come chi si reca nudo all’appuntamento con uno sconosciuto, sperando in un atto d’amore. Ma qui c’è spazio soprattutto per forme più o meno dissimulate di stupro: il commento impietoso, la battuta fuori luogo, lo scherno, il fastidio, l’invidia. Anche forme accanite di plauso sono a volte un modo diverso di essere violenti. In questa nudità senza criterio, ci diamo agli altri in cerca di chi ci guarda, dimenticando che l’ego è un padrone di casa scostumato, che divora le provviste lasciando digiuni gli ospiti.

Nella vita reale non conosco più di 15 persone, e ne frequento ancora meno. Su Facebook, ecco una sfilza di mi piace dati e ricevuti, contabilizzati in una sorta di registro delle uscite e delle entrate. Mi piace è il buongiorno scambiato col tuo vicino per le scale mentre corri altrove, la firma apposta sul quaderno all’ingresso della casa di un morto. Non si vive senza un io c’ero, e non si parla – ripeto – che di sé, in un onanismo che lascia sempre insoddisfatti.

Misera narcisa, sorpresa pure oggi dal sospetto di non esistere, cedo alla vanità di pubblicare pensieri, parole, opere e omissioni. Diceva bene Nausifane, antico filosofo greco: “La non esistenza delle cose che sembrano esistere non è meno probabile della loro esistenza”. È il segno di un tempo storico che invita al chiuso delle proprie mura (di cemento, di carne, di cose da pensare, da ottenere e da fare); tempo storico infelice, che penetra negli spazi più intimi tra gli uomini, rendendo frettolosi gli incontri, deboli le strette di mano, claudicante l’amore. Le grandi passioni collettive, come quelle tra amici ed amanti, si archiviano presto alla voce “Chimere giovanili”. Eppure, qui come altrove il bello esiste, ed è un bello fatto di gratitudine, condivisione, tenerezza e grazia: un andare insieme possibile esiste sempre, anche dove non si vedono strade.

 

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