Berlinale 2017: il restauro di “CANOA” del messicano Felipe Cazals. Che attacca Donald Trump

Messico, 1968. Cinque giovani impiegati dell’Università di Puebla organizzano un’escursione sul vulcano La Malinche ma, a causa della forte pioggia, sono costretti a trascorrere una notte nella vicina San Miguel in Canoa. La cittadina è dominata da un fanatico sacerdote che da lungo tempo predica dal pulpito contro i “comunisti agitatori” paventando il rischio che pericolosi sovversivi stiano per arrivare sotto mentite spoglie per organizzare una rivolta nel paese e per issare sul campanile della chiesa una bandiera rossa e nera. A questo punto, credendo che i cinque giovani, che intanto hanno trovato riparo presso l’umile abitazione di un tollerante contadino, siano degli studenti estremisti, la folla inferocita dà inizio ad un vero e proprio linciaggio nei loro confronti al termine del quale tre di essi vengono barbaramente trucidati unitamente al loro malcapitato ospite. Anni dopo, solo due persone verranno punite per l’accaduto ma riceveranno condanne molto lievi.

Ieri è stato presentato, alla presenza dell’ottantenne regista Felipe Cazals, il restauro di Canoa, eseguito dalla benemerita Criterion Collection in collaborazione con l’Instituto Mexicano de Cinematografia (Imcine). Il film venne presentato in Concorso proprio qui a Berlino nel 1976 aggiudicandosi l’Orso d’argento (l’Orso d’oro andò quell’anno a Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman). Ospitato all’interno della sezione “Berlinale Classics”, si tratta del crudo e straziante resoconto di quel terribile episodio che le immagini, come è giusto che sia, raccontano senza fare alcuno sconto all’emotività dello spettatore.

Dopo una prima parte espositiva, accompagnata dal racconto di un improvvisato contadino-narratore, si viene violentemente catapultati dentro una sarabanda grandguignolesca, una mattanza da film dell’orrore, resa ancora più evidente dal temporale notturno e dalla visita alla casa del futuro boia (il sacerdote, sebbene in questo caso carnefice solo indiretto), come nella tradizione del genere. In quell’occasione, come testimoniano le immagini iniziali dei veri cadaveri che ci vengono mostrati in immagini di repertorio, centinaia di persone, accecate dal fanatismo, si accanirono con violenza inaudita sui corpi gracili e indifesi dei giovani escursionisti. Torce, fucili, bastoni e fiaccole furono l’armamentario del quale si servirono questi male improvvisati giustizieri di Dio. Come detto, il racconto dei fatti è intervallato da un’intervista ad un contadino che, come una sorta di Caronte, traghetta lo spettatore dentro l’inferno di quella notte, ennesino esempio di follia fondamentalista che getta la sua ombra oscura anche sui recenti accadimenti mondiali. Per questa ragione, il contadino-narratore costretto a concludere amaramente con la seguente riflessione: “Stavamo male. Oggi stiamo peggio”.

Proprio partendo da questa frase, Felipe Cazals ha introdotto il film, descrivendo il contesto storico che rese possibile quegli avvenimenti e, collegandosi all’attualità del suo Paese, ha dichiarato: “Quegli atti furono figli del fanatismo e della vigliaccheria, ma soprattutto del clima di odio fomentato dai potenti e dall’informazione: la stampa, infatti, non faceva che screditare e impaurire attraverso una campagna di terrorismo mediatico che raccontava di imminenti attacchi sovversivi. Per essere screditati, era sufficiente essere studenti e portare i capelli lunghi. Oggi purtroppo avvengono cose simili, attraverso la campagna di odio fatta da coloro che minacciano di voler costruire muri. Per essere odiati è sufficiente essere messicani. Cosa avviene in casi come questi? Che si prendono decisioni che inevitabilmente danneggeranno i più deboli: gli anziani, le donne, i bambini. Per questa ragione, chi commette o minaccia queste cose, è un vigliacco”.

Sempre riferendosi al Presidente degli Stati Uniti, Felipe Cazals ha poi aggiunto: “Il guaio è che qualcuno sente di essere il centro del mondo e per questo di fanno e si dicono le più grandi scempiaggini. Pensate, ad esempio, a quando Donald Trump dice ‘Make America great again’ o ‘America first’ ma in realtà dimentica che gli Stati Uniti non sono ‘l’America’: essi sono soltanto il Nord America, una parte consistente ma minoritaria di un intero continente. Ecco: sono queste le cose ci tocca sentire ancora oggi”.

Salvatore Marfella

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