“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino: le iene del Far West

La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale… La violenza della vita reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e sua moglie stanno litigando e all’improvviso l’uomo si infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia. È proprio folle e fumettistico, ma comunque succede: ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza.

Quentin Tarantino

“Avrei voluto girare The Hateful Eight il prossimo inverno, tra un anno quindi, e l’avevo consegnato solo a sei persone: a uno dei produttori di Django, che l’ha fatto leggere a un agente di Hollywood ma non gli ha lasciato una copia, a due persone fidate e a tre attori, cioè Michael Madsen, Bruce Dern e Tim Roth. So per certo che non è stato Tim Roth, ma uno degli altri due ha passato lo script al suo agente e questo l’ha fatto circolare per tutta Hollywood. Non so cosa cazzo gli passi per la testa a questi agenti, ma ormai il progetto è morto. Lo pubblicherò, forse sotto forma di romanzo, e passerò al prossimo film. Ne ho almeno altri dieci pronti per partire”.

Così parlò Quentin Tarantino esattamente due anni fa, verso la fine di gennaio 2014, salvo poi fare marcia indietro quasi subito e annunciare, di lì a qualche settimana, che il film si sarebbe fatto e che egli avrebbe riscritto la sceneggiatura in compagnia del fido Samuel L. Jackson (in realtà, il regista lo ha poi rielaborato tutto da solo). Abbiamo ricordato questo episodio, certamente importante ma tutto sommato ormai trascurabile e ovviamente datato, perché The Hateful Eight, l’ottavo film di Quentin Tarantino, è in fondo una storia di umana diffidenza, la vicenda di un gruppo di uomini che, in seguito ad una tempesta di neve, sono costretti a condividere l’angusto spazio di una locanda-merceria e si guardano in cagnesco l’uno con l’altro nel dubbio, che diventa ben presto una certezza, che alcuni di essi non siano in realtà ciò che affermano di essere. Lo sfondo storico è quello della Guerra di Secessione (1861-1865), quello geografico i paesaggi innevati del Wyoming dai quali emerge fin dall’incipit l’immagine, di grande vigore icastico, di un Cristo di legno sepolto dalla bufera. È a questo punto che compare una diligenza, con dentro un cacciatore di taglie e la sua preda, che si ferma a raccogliere un maggiore nero, anch’egli cacciatore di taglie con al seguito tre cadaveri, e acconsente a dargli un passaggio dopo aver caricato sul tetto il macabro bottino, non prima di averlo disarmato. Con il senno di poi, la sequenza appare come una straordinaria sintesi, una superba mise en abyme, di tutta la storia: un gruppo di persone, costrette a dividere uno spazio angusto, che si guardano con sospetto e sopra le cui teste incombe, minacciosa, la presenza della Morte.

Risultati immagini per th e hateful eight foto fotoQualcosa di simile avveniva ne Le Iene, che si apriva con il corpo sanguinante di Mr. Orange/Tim Roth chiuso nell’abitacolo di una macchina, immagine che si presentava come preludio ed annuncio della successiva mattanza. E proprio il folgorante esordio del 1992 sembra essere il principale punto di riferimento del nuovo, potentissimo parto creativo del geniaccio di Knoxville: anche qui, infatti, un ambiente chiuso e claustrofobico diventa palcoscenico di una sanguinosa resa dei conti da parte di un gruppo di otto “odiosi” individui. Ma mentre Le Iene aveva i toni di una tragedia elisabettiana, con personaggi che arrivavano nel luogo convenuto con i nervi già a fior di pelle a causa del colpo fallito, in The Hateful Eight prevale una tensione sotterranea ma trattenuta, un’atmosfera ed uno sviluppo quasi da kammerspiel nel quale a prevalere sono piccoli gesti ed espressioni che nascondono una violenza sempre sul punto di esplodere.

Risultati immagini per th e hateful eight foto fotoCome già in Ingloriuos Basterds (2009) e Django Unchained, (2012), in The Hateful Eight Tarantino sceglie di mescolare le storie con la Storia, sebbene ancora una volta il regista dimostri di essere più interessato alle une che all’altra, la quale può venire tranquillamente riscritta (Hitler è stato ucciso in un cinema durante la proiezione di un filmaccio di propaganda) o usata come semplice pretesto per dare libero sfogo alla smania citazionista di un autore che da sempre setaccia, e sempre nobilita, l’universo cinefilo cui attinge. Come nelle due opere precedenti, in The Hateful Eight gli eventi storici, in questo caso la Guerra di Secessione, vengono piegati a mero strumento, ridotti a puro esercizio verbale: il cuore della narrazione è costituito dalla violenza privata dell’uomo, iena e bastardo, dal suo naturale istinto alla sopraffazione che sembra trovare le sue scaturigini nell’ottusa credenza in ideologie appiattite (bianchi contro neri, neri contro messicani, sudisti contro nordisti, schiavisti contro antischiavisti), nell’ingenua fiducia che, per ottenere la pace, sia sufficiente marcare il territorio tracciando una linea immaginaria sul pavimento della locanda, e soprattutto in una malintesa e personalissima concezione della Giustizia.

Risultati immagini per th e hateful eight foto fotoIn questo senso, paradigmatico appare il personaggio del giustiziere prezzolato John Ruth, interpretato da Kurt Russell, che vede nella punizione del reprobo un rito collettivo cui tutta la nazione dovrebbe partecipare (il motivo per cui egli sceglie di lasciare vivi i suoi ostaggi affinché tutta i cittadini assistano alla loro esecuzione, la preoccupazione di non “rubare” il lavoro del boia). Non è un caso, inoltre, che il rappresentante della Legge (lo sceriffo) sia un razzista favorevole alla schiavitù ed anche un po’ esaltato, così come cruciale è la scena in cui il boia Oswaldo Mobray/Tim Roth ragiona sulla differenza tra la vendetta privata e la giustizia “senza passione” inflitta dallo Stato.

Immagine correlataIn un tale contesto John Ruth, mediante il medesimo atto (la cattura di un criminale), può sentirsi a un tempo difensore dell’ordine e imprenditore di se stesso, estirpatore del male e paladino della Giustizia, sebbene praticata dietro la riscossione di una taglia, in una sorta di macabro gioco a premi. Per questa ragione, la sua ingenuità lo porta a credere senza difficoltà e ad emozionarsi sino alla commozione alla lettera di ringraziamento e alla regolare corrispondenza che il Presidente Lincoln in persona intrattiene con un “negro”, cioè con l’ultimo dei paria. In realtà, in quello che è forse il suo film più sconsolato, Tarantino sembra affermare che, così come la Storia non è altro che la guerra perenne di tutti contro tutti, una tragedia senza eroi, allo stesso modo anche la Leggenda non è altro che una bugia svelata, un biglietto da visita da presentare agli allocchi e, come rivela il magnifico finale, è anch’essa sporca di sangue. Però, “La vecchia Mary Todd mi chiama: è ora di andare a dormire” è una bellissima chiosa per la lettera di un Presidente: in un mondo di “odiosi”, “iene” e “bastardi” forse l’unica possibilità di salvezza è continuare a credere nella bellezza del gesto artistico.

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