Berlinale 2018, a fine Concorso arriva lo splendido “In the Aisles” di Thomas Stuber

Proprio nell’ultima giornata, con la proiezione di In the Aisles di Thomas Stuber, il 68° Concorso della Berlinale mette in campo uno dei film più belli, uno splendido spaccato sulla classe operaia ambientato ai giorni nostri nell’ex Germania dell’Est, nella città di Dresda. La storia si svolge quasi esclusivamente all’interno di un grande centro commerciale dove il timido e silenzioso Christian riesce a farsi assumere per liberarsi da un passato non proprio cristallino. Lì fa amicizia con l’anziano collega Bruno, che lo prende sotto la sua ala protettiva, e si innamora (probabilmente ricambiato) di Marion, che lavora nel reparto alimentari. La scoperta che lei è sposata, per quanto non felicemente, rende le cose difficili.

Tratto da un racconto di Clemens Meyer, In the Aisles descrive con straordinaria precisione un microcosmo che finisce per diventare una sorta di sineddoche del mondo intero. All’interno del grande magazzino infatti nascono amori, si mangia, si gioca a scacchi, si sognano mondi lontani al punto da denominare alcuni spazi interni come luoghi esotici impossibili da raggiungere. Per questo, la grossa vasca dove i pesci boccheggiano in attesa che qualcuno li compri diventa “l’oceano”, la cella frigorifera dove sono ammassati i surgelati assume il nome di “Siberia”, un manifesto raffigurante delle palme campeggia nel locale dove si svolgono le pause-caffè. Addirittura, la squadra che è di turno la sera della vigilia di Natale improvvisa una cena all’aperto nella quale si consuma cibo scaduto ma ancora commestibile in una delle sequenze più emotivamente coinvolgenti non solo del film, ma di tutto il Festival. E’ un mondo di povera ma dignitosa gente quello descritto da Stuber che, a differenza del suo connazionale Philip Gröning, guarda con amore e coinvolgimento emotivo ai suoi personaggi, osserva con pudore e partecipazione la loro fatica quotidiana, la loro “tranquilla disperazione” (per citare un’espressione usata da David Thoreau nel suo Walden, vita nei boschi), lo sforzo per rendere meno faticosa la propria esistenza, il loro spirito di solidarietà. Senza mai indulgere nella retorica o scivolare nel patetismo, ma regalando più di un momento emozionante, In the Aisles è un film bellissimo e potente del quale, ad avviso di chi scrive, la Giuria dovrebbe tenere conto per almeno uno dei tre premi più importanti, un’opera delicata e qua e là persino molto divertente nella quale si respira l’atmosfera dei film di Aki Kaurismäki unita ad una grazia romantica che nei suoi momenti più alti arriva persino a sfiorare le corde sublimi de L’appartamento di Billy Wilder.

Amore, morte, spirito di comunità, calore umano, e persino un po’ di felicità sembrano possibili per i personaggi solo all’interno del centro commerciale: ogni approccio che si svolge al di fuori dei corridoi del titolo è destinato fatalmente allo scacco. Interpretato con grande bravura da Franz Rogowski e Sandra Hüller, In the Aisles è la grande sorpresa, il nostro personale colpo al cuore del concorso.

Risultati immagini per mug szumowska fotoOltre al film di Stuber, stamattina è stata la volta anche di di Mug della polacca Małgorzata Szumowska, commedia all’acido prussico ambientato in un piccolo e remoto villaggio della Polonia occidentale dove a farla da padrone è il cattolicesimo più esteriore e deteriore. La storia del film ruota attorno ad un giovane e attraente operaio che, in seguito ad un incidente sul lavoro, rischia di perdere la vita e al quale viene praticata una plastica facciale, tale da renderlo irriconoscibile. Da quel momento in poi, la sua vita e il rapporto con la sua famiglia e la ragazza che aveva intenzione di sposare non saranno più gli stessi. Mug è una violenta e aspra requisitoria contro gli aspetti più arretrati del Paese che ha dato i natali a Karol Wojtyła, un’opera che non manca di sequenze riuscite, tra le quali un incipit grottesco e volutamente eccessivo, ma è viziata da un’ultima parte piuttosto debole che la depriva della forza che aveva mostrato nella descrizione di questo microcosmo a dir poco retrivo.

Risultati immagini per dovlatov filmInfine, volendo fare qualche valutazione generale sui film che hanno animato questa edizione, in attesa dei premi che verranno resi noti domani sera, c’è da premettere innanzitutto che l’esperienza ci ha insegnato che non vale molto la pena azzardare pronostici, a causa dell’impossibilità di decrittare i gusti di giurie sempre composite e imprevedibili. Sarà quindi meglio limitarsi a ragionare sulle nostre personali preferenze, sulle sorprese (poche, a dire il vero) e le conferme che ci portiamo a casa dopo questa sempre affascinate ed entusiasmante full immersion nel cinema mondiale. Oltre a In the Aisles il nostro apprezzamento va, in ordine sparso, allo splendido Dovlatov di Aleksej German jr., a Isle of Dogs, seconda incursione nella stop motion da parte di Wes Anderson, e a Season of the Devil del grande Lav Diaz. Ma se i primi due titoli citati hanno ricevuto un plauso quasi unanime, il musical del regista filippino ha lasciato freddi e perplessi molti addetti ai lavori, anche tra coloro che solitamente apprezzano le sue opere. Un premio al sopracitato Mug ci appare più che probabile anche perché, per motivi che ignoriamo, il cinema polacco riceve sempre riconoscimenti nei concorsi della Berlinale (almeno così è stato per le edizioni più recenti), anche con opere che lasciano a dir poco perplessi. Molto bene è andato il cinema tedesco (e questa è stata invece una gradita sorpresa), che quest’anno vantava la presenza di ben quattro titoli. Se My Brother’s name is Robert and He is an Idiot di Philip Gröning, pur con i limiti che segnaliamo nella nostra recensione, è risultato forse l’opera visivamente più affascinante del Concorso, Christian Petzold con Transit ha portato qui alla Berlinale un melodramma molto interessante sul tema della migrazione forzata, e Emily Atef ha infine presentato un decoroso biopic sull’attrice Romy Schneider, la cui protagonista Marie Bäumer pare abbia già messo una seria ipoteca per la sua affermazione come miglior attrice.

Si prevede, inoltre, che non tornerà a casa a mani asciutte The Heiresses, decoroso esordio paraguyano diretto da Marcelo Martinessi, la cui “medietà” potrebbe giocare un ruolo importante nella valutazione della Giuria. Il colpaccio potrebbe farlo inoltre Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant. Il film, che personalmente non ci ha molto convinto ma che ha avuto una buona accoglienza, ruota attorno al fumettista paraplegico John Callahan, interpretato da Joaquin Phoenix. Deludente, ad avviso di chi scrive, Museo del messicano Alonso Ruizpalacios, fastidiosa esibizione di narcisismo registico, che si avvale dell’interpretazione della “star” Gael Garcia Bernal, assai poco credibile autore di un furto in un museo.

Infine, guardando alle altre sezioni, non sono mancati i colpi al cuore: dal bellissimo Mes Provinciales di Jean Paul Civeyrac, storia di alcuni giovani aspiranti registi nella Parigi odierna, che guarda al cinema di Philippe Garrel, sebbene con un minutaggio più importante; il bellissimo documentario Infinite Football di Corneliu PorumboiuYama – Attack to Attack, film giapponese del 1985 diretto dai registi Mitsuo Sato e Kyoichi Kamaoka, le conferme di Hong Sangsoo (Grass), Kiyoshi Kurosawa (Foreboding) e Ursula Meier (Shock Waves – Diary of My Mind, film che ha ricordato la potenza del Decalogo di Krzysztof Kieślowski), gli interessanti In the Realms of Perfection di Julien FarautUtøya – 22 July e di Erik Poppe )il film più sperimentale del concorso, girato come un one-shot, senza stacchi), l’esperimento perfettamente riuscito di Steven Soderbergh, autore con Insane, girato con l’ausilio di un I-Phone, di un horror tanto convenzionale nella struttura narrativa quanto intrigante sul piano estetico e abilissimo nel costruire la giusta tensione. Infine, il cinema italiano, poveramente rappresentato, non ha dato grande prova di sé: infatti se Figlia mia, unico titolo nostrano accolto in concorso, ha confermato le scarse doti narrative di Laura Bispuri, non molto meglio è andata con La terra dell’abbastanza, esordio dei fratelli Damiano e Fabio d’Innocenzo, un noir ambientato nella periferia romana che, nonostante i buoni propositi e la simpatia degli interpreti, è parso un po’ la brutta copia di Non essere cattivo di Claudio Caligari. E, per evitare di essere troppo cattivi a nostra volta, direi sia il caso di fermarci qua, evitando di snocciolare i “colpi allo stomaco” (cioè i film che nei quali non avremmo voluto imbatterci) che, anche nel concorso, non sono certamente mancati.

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