Berlinale 2017: trionfa l’ungherese “On Body and Soul”. Sul podio anche Aki Kaurismäki

È stato un vero e proprio tripudio quello ottenuto da On Body and Soul, vincitore di questa 67° edizione della Berlinale. Infatti il film diretto dalla ungherese Ildikó Enyedi, autrice pressoché sconosciuta in Italia, non ha ricevuto soltanto l’Orso d’oro assegnatogli dalla Giuria presieduta dal regista Paul Verhoeven ma ha anche altri due riconoscimenti di rilievo: il Premio FIPRESCI, assegnato dalla stampa internazionale, e quello della Giuria Ecumenica, annunciati già in mattinata. On Body and Soul racconta un storia d’amore che nasce all’interno di un mattatoio e che vede protagonisti Endre, l’anziano direttore commerciale che ha perduto l’uso del braccio sinistro, e Mária, una giovane ispettrice addetta al controllo qualità. I due si incontrano, si annusano come animali, scoprono ad un certo punto della storia di condividere lo stesso sogno notturno, quello di essere appunto due cervi e di correre, nutrirsi e dissetarsi insieme, in mezzo ad una foresta innevata, liberi e con un destino diverso da quello vissuto nella quotidianità.

On Body and Soul è nel complesso un film abbastanza buono, con una messinscena attenta e una certa sensibilità nell’osservare le dinamiche interiori di questi due outsider anche se l’amalgama tra realismo e simbolismo appare in qualche punto un po’ stridente, e alcune scelte di sceneggiatura lasciano un po’ perplessi. Uno dei favoriti della vigilia e il nostro personale Orso d’oro, il grande Aki Kaurismäki, si è dovuto accontentare invece dell’Orso d’argento per la regia per il suo sublime The Other Side of Hopedi cui parliamo qui, storia dell’amicizia tra un fuggiasco siriano ed un uomo solo che ha appena aperto un ristorante. Il regista finlandese ha ricevuto il premio restando nella sua poltrona, troppo emozionato per riuscire a percorrere i pochi gradini che lo separavano dal palco e tenere un discorso.

Se il premio alla Enyedi, pur con i limiti che abbiamo sottolineato, può essere tuttavia considerato accettabile in un Concorso non brillantissimo, assolutamente inadeguato appare il Gran Premio della Giuria assegnato al mediocre Félicitè del regista franco-senegalese Alain Gomis, vicenda ambientata a Kinshasa che vorrebbe raccontare il calvario di una donna con la passione del canto nella capitale congolose, e che punta su una messinscena che si ispira (piuttosto male) al cinema dei fratelli Dardenne. Non è andata molto meglio con l’assegnazione dell’Alfred Bauer Prize, destinato ad opere cinematografiche che aprono nuove prospettive: il premio è andato immeritatamente al pessimo Spoor della polacca Agnieszka Holland, thriller animalista ambientato in un piccolo paese di montagna e che ruota attorno alla morte violenta di alcuni cacciatori, forse vittime dell’assalto di animali selvatici. Al di là della farraginosità di una storia scritta piuttosto male e inutilmente sovraccarica, il film della Holland è un oggetto usurato e consunto, ben lontano dall’aprire nuove prospettive.

L’Orso per le migliori interpretazioni sono andati all’attore tedesco Georg Friedrich (che non ha trovato nulla di meglio per celebrare la vittoria che attaccare il chewing-gum su una delle zampe dell’orso appena ricevuto), protagonista di Bright Nights di Thomas Arslan, e a Kim Minhee per il buon On the Beach at Night Alone di Hong Sangsoo. Molto apprezzato anche Una mujer fantástica del cileno Sebastián Lelio, che si è aggiudicato il premio per la sceneggiatura e che ha voluto sul palco con sé anche la protagonista Daniela Vega, attrice transgender, che è la “donna fantastica” del titolo, legata ad un uomo che per lei ha abbandonato la famiglia, e che è costretta a subirne le angherie dopo la morte improvvisa dell’uomo.

Infine, spiace che la Giuria non abbia avuto sufficiente coraggio per premiare due film, per ragioni diverse, estremi e divisivi come il bellissimo Colo di Teresa Villaverde, dolente parabola sulla dissoluzione di una famiglia portoghese al tempo della crisi, e Mr. Long del giapponese Sabu, opera ondivaga ma affascinante che, attraverso un’intrigante miscela di generi, racconta la storia di un gangster che si redime quando scopre di essere un grande cuoco e si lega ad un ragazzino con madre tossicodipendente. Infine, un’incredula Dana Bunescu, montatrice dello splendido Ana, Mon Amour di Călin Peter Netzer ha ricevuto il premio per il Miglior Contributo Artistico: stringendo tra le mani il premio, la gentile signora è riuscita a proferire solo un flebile: “Grazie, sono senza parole” conquistandosi immediatamente l’Orso per l’umiltà e la tenerezza.

 

Salvatore Marfella

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