A Geppino Gentile

All’Uomo che è stato un mio Maestro. E non solo.

La dimensione professionale di Giuseppe, “Geppino”, Gentile, misurabile secondo unità gigantesche, non troverà qui l’omaggio che meriterebbe. Perché quella dell’intellettuale, si spera, verrà onorata e rispettata dal tempo che verrà. Vorrei tentare solo di ricordarlo in quella forma che lui stesso mi avrebbe affettuosamente rimproverata come di un intimo egoismo.

Adesso ancora di più, ancora di più mi tormento ardentemente chiedendomi se esista un luogo del ritorno. Quanto è detestabile questo verso unico dell’esistenza. Geppino Gentile, senza volerlo, è stato tra le persone a indurmi costantemente al desiderio che vi sia un luogo del ritorno, di un ritrovamento definitivo e privo delle opprimenti resistenze della vita. Dal primo momento in cui ho avuto la fortuna di incontralo, una fioritura di privilegi disinteressati e nobilissimi mi ha legato a una persona che mi ha condotto ad altitudini di sensibilità così rare che mi hanno fatto fare esperienza di quella vita che si prende un momento per uscire da se stessa, onorandomi di un rapporto umano che ha superato l’amore per la letteratura e ogni altra disciplina a noi care, scovando, grazie a lui, un disparte poco a poco allevato in un luogo interiore in cui è stato possibile misurare i più inquieti logoramenti, le gioie e le infelicità, smascherando i non detti, guardando in volto le confessioni senza riserva. In una tenerissima genuinità.

Vorrà perdonarmi chi leggerà questo scritto, se troppo di me vi emerge incontrollato. Per me non è possibile calcolare e assumere un genere di distanza al ricordo di un uomo grazie al quale una colorazione indescrivibile è destinata a velare per sempre la memoria di fatti, accadimenti, luoghi dell’esistere. Ancora una volta quel pensiero si ripresenta. Vorrei che esista uno spazio del ritorno per confidare che quei dolori provocati da strette fortissime e asfissianti tra la gola e il petto non restino soltanto la parola muta di quello che chiamiamo bene, ma che un giorno tornino a riunirci liberi senza porsi più il peso del vivere. Quale crudeltà domina l’essenza di questa esistenza che con così tanta struggente intensità ci fionda dentro intimità e affetti potentissimi per poi separarci in uno svanimento oltre cui diventa ceca e impotente ogni forma di immaginazione.

“Quante volte ne abbiamo parlato, eh?” E la sua ultima parola era una cifra dolcissima pronunciata da occhi che comprendevano ogni ragione e sentimento, ma chiedevano di non ascoltarli più del dovuto. “Stanne lontano, Seb mio, finché sei in tempo”, mi diceva. E quanto, dominato da una travolgente ingenuità, ho voluto e creduto di non starne lontano. C’è stato solo da scoprire da cosa. Ci vogliono quelli come Geppino Gentile, discesi dalle memorie perdute e irraggiungibili di un imaginario ben oltre le sfere letterarie, per provare a capirlo. Più è grande un incontro, più esso si sviluppa all’interno di vulnerabilità e disinvolture libere da ogni malizia, più è alto l’umano che ne scaturisce, più un’intima commozione se ne sta in agguato, più il luogo delle risposte e delle speranze fa deserto di sé.

Adesso ancora di più. Ancora di più mi tormento ardentemente chiedendomi se esista un luogo del ritorno. C’è un’anagrafe celeste composta da chi dà un volto e un nome all’augurio che dopo non si risolva tutto in un seppellimento privo di sensi. Che la polvere sia transito di un mandato e non destinazione. Ci sono state vite così belle che vale la pena sognare di tornarle a cercare, un giorno. Hidalgos, scendete dal destriero e deponete la lancia. Il gigante è libero e nessuno ne nuoce. Semmai doveste incontrarlo, non statene lontano.

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