Definisci Antigone: al Teatro Elicantropo la formula della “sepoltura”
“Qui casa non c’è: non esiste più.
Si smemora quello in un letto da re,
e lei si strugge la vita, la mia
padrona, là dentro, e un amico non c’è
che il cuore, parlando, le plachi.”
Medea
Se la Terra venisse dispiegata in un manto piano e senza irregolarità, comparirebbe un doppio di luoghi e creature divise da quella superficie. Un sopra popolato da entità mobili e vive, un sotto immobilizzato in una densità di materia attraversata da una rete sconfinata di cavità.
Seppellire. Il massimo grado del nascondimento. L’azione che per sempre ripone qualcosa dalla vista umana. Solo la memoria, che per gli antichi era il luogo dove risiedeva la capacità del sentire, sfugge alla sepoltura. Sin dall’antichità seppellire è stata una pratica rituale e funzionale. In sepoltura sono finiti tutti: uomini e divinità. Affinché il sepolto non fosse più visibile, più disponibile. Persino l’Ade, il luogo dei morti, prende il suo nome dal non vedere, dal nascondimento, l’oscuro, il Katachthònios, il sotterraneo.
Definisci Antigone introduce esplicitamente la sua rappresentazione attraverso la presentazione del concetto di sepoltura, fornendo la chiave di volta non soltanto allo spettatore, ma alla sua stessa messinscena. Antigone, Ismene, Creonte e il Soldato Berger agiscono e dicono secondo sepoltura. Carlo Cerciello allestisce il suo adattamento della tragedia di Sofocle rappresentando la contemporaneità esistenziale di questo capovolgimento.
Il ribaltamento ascende e discende in un dispositivo circondato dagli orrori perpetrati in Palestina, per una meccanica infernale che a mo’ di buco nero aspira la violazione come l’istruttoria collettiva di un’umanità che nella modernità ha definitivamente varcato i limiti di una pietas condotta nelle segrete di un esilio senza possibilità alcuna di ritorno. La cancellazione come atto estremo di un nuovo sistema di percezioni condizionato dalle norme di un’epoca consegnata al regime della crudeltà. Il cinismo di una diplomazia ipocrita e mondana è il prologo a una civiltà segnata da indifferenze di ultima generazione tanto quanto lo sviluppo tecnologico detta la cardiologia di un osservatorio sottoposto a un sistema di sollecitazioni che reprime e condanna.
Nel meccanismo di Cerciello, Antigone e Creonte fungono da doppio dell’ostinazione. Contro ogni tentazione, frequente alle letture più superficiali, di moralizzare due volontà che sono invece portatrici delle stesse tensioni conservatrici e reazionarie, nel nucleo di Definisci Antigone si muove un riferimento che è l’elemento di maggiore lucidità della scrittura in citazioni: la guardia (Cerciello opera attraverso una letteratura e una drammaturgia di repertorio che va dalla rilettura di Hasenclever, che inaugura la tradizione di trasposizioni sul dramma della guerra nel Novecento, fino al registro poetico di Ritsos, passando ovviamente per l’analisi problematica di Brecht e la prova di resistenza di Anouilh, e integrando la costruzione drammaturgica con una testimonianza di Ezzideen Shehab, medico e scrittore palestinese).
Il soldato Berger, ispirato al “fedele” di Alexandre Vialatte, attraverso la sua duplice funzione di secondino e di reporter, restituisce la profezia dello straniamento del reduce in anticipo sui tempi. L’Antigone non è solo Antigone, ma il congegno di cui fanno parte figure talvolta trascurate e frammenti sorvolati. È la guardia che nel comunicare a Creonte la scoperta dell’atto di disobbedienza di chi ha sepolto Polinice annuncia al sovrano la precarietà di un’istituzione sull’orlo del baratro. E il cui primo istinto è stato quello di processarsi convinta che una delle guardie avesse proceduto alla sepoltura clandestina del disonorato.
“Tutti ci difendevamo dicendo di non saper nulla. eravamo pronti a stringere ferri roventi tra le mani, a giurare nel nome degli dèi che no, non c’entravamo, che nemmeno sapevamo chi l’avesse consigliata, la cosa, e chi l’avesse compiuta.”
Se nella messinscena di Cerciello Antigone scaglia le sue rimostranze dal punto di scavo, il soldato Berger sposta tanto l’esecuzione dell’ordine in ossequio al suo sovrano quanto l’insinuazione e la riproduzione degli scricchiolii del regno intorno al rombo di futuri sepolcri in un circuito scenico in cui i personaggi si dispongono su una frequenza costantemente a rapporto, a prescindere dal rango che li distingue.
Quattro pedine in colorazione palestinese. Dapprima nel prologo spoglio della rappresentazione e poi nel movimento che “piega al giogo” interrotto di tanto in tanto dalla documentazione umana afflitta e violata di un popolo, quello della Palestina, destinato a un martirio che è l’atroce simbolo di una dichiarazione d’intenti da parte di una forma di potere che non contempla mediazione alcuna. Il “peccato” di Antigone e di Creonte si origina da questa impossibilità. L’impero della volontà nega le ragioni e allinea i suoi torti nello scavo ossessionato della sorella ribelle di Polinice quanto nel decreto politico di Creonte. Due solitudini cieche e feroci tese a negare la mediazione tra il diritto degli dèi e quello degli uomini. La formula devastante sopra le fragili conquiste di un’epoca reduce dai lager e già piombata in subdole ricadute.
Il sussurro incerto di Ismene, che in Definisci Antigone sembra rievocare l’afflizione appassita di un dipinto di David Jagger, reprime la sua conoscenza (“Colei che sa”) in moniti che ingannevolmente appaiono timorosi e arrendevoli, ma che, in fondo, obbedendo al “mutismo” assegnatole da Sofocle, sono come i tornati dalla Gorgone di Primo Levi. Muti perché hanno visto. Ogni loro parola è vana non perché inutile, ma perché incompatibile con la caparbietà di chi ad ogni costo vuol far valere un principio.
Cerciello risparmia sia a Creonte che ad Antigone il tradizionale epilogo definitivo, laddove l’unica azione visibile di inumazione si manifesta agli angoli del rombo su cui un velo desertico attende che la deposizione si compia. Non c’è tempo per espiazioni e per pentimenti. La tragedia è già altrove. Un’umanità smarrita è in pena di sé. “Ai quattro angoli della terra”. La stessa distesa nel manto in cui una faccia è dei vivi e l’altra è dei morti. Nessuno sa chi siano i sepolti. Il capovolto compie il suo movimento perpetuo, come la clessidra svuota e riempie i suoi bulbi.
DEFINISCI ANTIGONE
Teatro Elicantropo in Napoli
In scena fino a domenica 8 febbraio
Adattamento e regia di Carlo Cerciello
Con Mariachiara Falcone (Guardia), Cecilia Lupoli (Antigone), Serena Mazzei (Ismene), Imma Villa (Creonte)
Scene Roberto Crea
Costumi Antonella Mancuso
Musiche originali Paolo Coletta
Disegno luci Cesare Accetta
Movimenti scenici Dario La Ferla
Video editing Fabiana Fazio
Foto di scena Anna Camerlingo
Aiuto regia Aniello Mallardo
Direttore tecnico Andrea Iacopino
Assistente alla regia Vittoria Sacco
Datore luci Ciro Cuccaro
Realizzazione scena Tecnoscena snc
Realizzazione costumi Danzacreata srl
Calzature Charles Dance Shoes
Amministrazione Maria Luisa Martella
Immagine di copertina di Anna Camerlingo

