‘Il Cuntiere’ – Giuseppe Canone, lo scultore tra la storia e le anime di Napoli

di Davide Speranza

Per arrivare a casa sua devi inerpicarti verso il Mann e poi continuare su Santa Teresa degli Scalzi, una delle zone più ricche di storia della città, arteria di collegamento tra via Pessina (che costeggia il Museo Archeologico Nazionale) e Capodimonte. Lo scultore Giuseppe Canone è figlio della città antica, di un mondo che scompare schiacciato dalla turistificazione sfrenata di questi anni. La sua casa, come anche le strade di Napoli e provincia (ma non solo), è abitata da busti, statue, bozzetti di possibili progetti che ha realizzato nel corso del tempo. Ritagliato nella costola di un lungo corridoio c’è uno spazio sacro, la bottega dei pensieri e delle idee, dove immagina volti da plasmare nella pietra e nel metallo. Qui convivono barattoli di colore, mirette, compassi, raspe, scalpelli. A casa sua puoi incontrare Maradona, Giordano Bruno, Papa Francesco, Rita Levi Montalcini, James Senese e il presidentissimo del Napoli Calcio Aurelio De Laurentiis, ma anche speciali presepi con pastori in terracotta prodotti con le sue mani (sebbene non sia un presepista). Una vita, 73 anni, percorsa nel segno dell’arte e che per lungo tempo ha condotto sul doppio binario del “dottor Jekyll e signor Hyde”, per dirla con Robert Louis Stevenson.

«Avevo 14 anni quando ho realizzato la prima opera – ricorda Canone, mentre guarda le sue sculture, le tocca, quasi ci parla – Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, mi sono diplomato in Pittura, negli anni in cui le scuole di scultura non mi attiravano, non c’erano più i maestri con i quali avrei voluto fare didattica, alcuni erano vecchi e pensionati, altri erano scomparsi. Per esempio uno dei grandi è stato Giuseppe Pirozzi, scultore famosissimo, ancora vivente tra l’altro, al quale voglio un gran bene. Lui è stato una delle eccellenze dell’Accademia. Certo la mia storia è molto particolare. Mi diplomo al Liceo artistico, faccio Architettura per 4 anni e passo una serie di esami, ma lascio la facoltà». Giuseppe si sposa, viene la prima figlia, poi il secondo figlio, nel frattempo riesce a conquistarsi un posto pubblico al Comune, come tecnico. Passano 38 anni e 7 mesi. Ma non smette di fare lo scultore. Da qui la doppia vita.

«Di mattina andavo al lavoro, servizio strade, il mio diploma era equiparato a quello di un geometra, ho fatto cantieri, lavori stradali, tutta roba che non c’entrava nulla con quello che poi realizzavo di ritorno a casa. Avevo due identità». Dunque, classe 1953, l’occasione del posto fisso (oggi stritolato tra miracolo e disprezzo), la testa ben piantata su un solido genio creativo. «Era una Napoli diversa quella – dice Canone – Non c’erano i social, non c’era l’enorme macchina digitale, la macchina di notizie vere o false che siano, allora era tutto più diretto, più vissuto. Sono nato alla Salute, la zona verso Salvator Rosa, andando all’Arenella. Un vicoletto che si chiama vico Paradiso. Era la Napoli dei vicoli, dei vicarielli. Le mie radici sono in quei posti stretti, poi sono andato a via Salvatore Tommasi insieme ai miei. Si era usciti da poco dalla guerra, nei quartieri ci conoscevamo tutti, conoscevamo anche le pietre per terra e le pietre conoscevano noi. Un vicolo è una specie di concentrato di famiglia, vivi in questo ambiente dove ti senti tranquillo e sereno. Ho incontrato lì persone che sono diventate avvocati, ingegneri, ma anche il delinquentello di turno, che però ti portava rispetto. C’era uno scambio reciproco».

Nel caleidoscopico mondo delle strade umide e promiscue, Canone segue gli entusiasmi del fratello maggiore, già dedito all’arte e futuro insegnante di Disegno e Storia dell’arte a scuola. «Ha fatto da apripista, lui scolpiva, dipingeva. Armeggiava sempre con i colori, le tele, i pennelli, ero affascinato da queste cose, più che per altri giocattoli». Una famiglia messa su con grandi sacrifici da papà Armando e mamma Rita, lui maresciallo di pubblica sicurezza e lei casalinga. «Mio padre riuscì a tornare dalla Seconda guerra mondiale, era stato prigioniero in Arabia nei campi inglesi. Disse “Sono tornato dall’inferno, non muoio più”, ma poi è mancato a 48 anni per un infarto. Quello che forse ci ha instillato l’arte era il nonno di mia madre, si chiamava Antonio Amato, era un pittore famoso, molto conosciuto nell’Ottocento, aveva insegnato all’Accademia e alcuni suoi dipinti sono conservati a Palazzo San Giacomo. Mia madre insieme a una mia prozia tenevano da parte ancora i disegni di questo bisnonno, che ho avuto modo di vedere e studiare».

La vita da impiegato sta stretta a Giuseppe. Ha 30 anni quando apprende che un suo collega si è iscritto ad Architettura, magari per tentare fortuna in un altro campo professionale. «Così decisi di iscrivermi all’Accademia, avevo già due figli, ma ho ripreso a studiare. È stata un’esperienza bellissima, sono stato con uno dei grandi maestri della pittura, Armando De Stefano. Però era la scultura a smuovermi qualcosa dentro. Mi ha sempre affascinato la parte volumetrica, quello che non si riesce a vedere dipingendo. Michelangelo diceva che la pittura è un artificio che finge il volume. A me affascinava quello reale, la dimensione del tutto». Canone inizia a farsi un nome, le sue opere scultoree attraggono la curiosità di privati, istituzioni, enti culturali. Le sue statue trovano accoglienza negli spazi più disparati: dalle piazze di Melito, Secondigliano, ai Tritoni delle zone termali di Ischia, fino al “Giordano Bruno” commissionatogli per la biblioteca di Filosofia a Villa Mirafiori negli spazi de La Sapienza di Roma (scultura ammirata da studiosi provenienti da Germania, Inghilterra, Francia).

Canone tocca anche la storia italiana. Realizza la scultura Tommasino e il suo cane, ispirata a un episodio accaduto nel secondo conflitto mondiale e in omaggio ai 73 civili napoletani del Rione San Lorenzo, caduti sotto i bombardamenti angloamericani nel 1943. Il progetto artistico è stato commissionato da I Sedili di Napoli, associazione presieduta da Giuseppe Serroni, e riguarda la produzione di una stele raffigurante un bimbo e il suo cane. È la storia di Tommasino, piccolo garzone di una salumeria di piazza San Gaetano. All’arrivo delle fortezze volanti, un groviglio di persone, terrorizzate dalle bombe e dirette verso il ricovero di San Lorenzo, schiacciò il piccolo in corsa e altre 71 persone.

Il cane Bobby, che di solito aspettava Tommasino davanti alla salumeria, morì mesi dopo di crepacuore. Una storia straziante che Giuseppe Canone ha cristallizzato per sempre in una poetica scultorea raffigurante il piccolo garzone e il fedele cagnolino. L’opera oggi dovrebbe essere posizionata nei pressi del rifugio in Piazza San Gaetano. È stata esposta durante le commemorazioni della Quattro Giornate di Napoli, oltre che alla premiazione di Peppe Barra alla Chiesa Stella Maris di Piazzetta del Grande Archivio. «Facciamo tante commemorazioni ai militari caduti, ma ai civili chi ci pensa? Vogliamo dimenticarli?» si chiede Canone. «Purtroppo è rimasto solo “un progetto” mai realizzato – aggiunge – La pregiatissima Soprintendenza alla quale si fece opportuno riferimento rispose in maniera negativa, motivando che in prossimità della basilica di S. Paolo Maggiore non era possibile installarla. Però a pochi metri di distanza, angolo inizio portici di via Tribunali, vi è da tempo il famoso Pulcinella di Lello Esposito. Che dire. Nemo profeta in patria».

Canone ha legato il suo nome anche ai personaggi famosi. Primo fra tutti, Renzo Arbore. «Lo incontrai a Napoli. Aveva da fare un concerto all’Arena Flegrea, era stato invitato all’Accademia e incrociai il suo passo su via Costantinopoli.  Si dà il caso che stavo realizzando in quel periodo un suo ritratto. Glielo dissi e lui fu talmente gentile che di ritorno da Roma, al suo concerto, fermò la musica e mi fece salire sul palco per far vedere alle migliaia di persone il busto che lo ritraeva. Mi ha abbracciato davanti a 4mila persone chiedendo loro una standing ovation per me che ero napoletano. C’era anche il sindaco in prima fila. Mi sono sentito piccolo. Non sono un uomo di spettacolo, preferisco lavorare dietro le quinte». Poi sono arrivati i ritratti del sassofonista James Senese (da poco scomparso), della Montalcini, di Maria Santissima Immacolata Concezione, i lavori per Palazzo Reale a Napoli e alla Reggia di Portici su richiesta della Sovrintendenza, la vittoria al concorso istituito per la realizzazione di una statua dedicata al principe della risata, Totò, con tanto di premiazione davanti all’allora sindaco Bassolino e alla ministra Melandri.

Il grande dolore invece arriva da una delle opere più attese, una statua di circa 3 metri raffigurante la sirena Partenope. L’occasione per lavorarci arriva ancora attraverso il presidente della storica associazione I Sedili di Napoli, Giuseppe Serroni. L’obiettivo è installare l’enorme figura mitologica (dalla quale si racconta sia nata la città) davanti al Monte Echia, promontorio sul quale i Cumani fondarono Partenope. «Con Giuseppe è nata un’amicizia, abbiamo affinità di intenti e progetti. Avevo il sogno di realizzare questa statua. Serroni mi propose di fare un bozzetto. Era il 2020. Bozzetto realizzato su disegno di una ragazza, Francesca Del Cupolo. L’opera dovrebbe essere grande un 3 metri e 2 metri di base, una terracotta patinata a mo’ di bronzo, basamento in legno. Abbiamo spiegato tutto in una relazione, fatto calcoli con un ingegnere esperto per far fronte ad eventuali problematiche tecniche e alle intemperie. Il costo sarebbe stato perlopiù a carico di persone che si sono offerte di finanziare il progetto, dunque non sarebbe gravato sul Comune. Tempi di lavoro, un anno. L’avrei plasmata nella fonderia dalla quale mi servo da più di 40 anni, De Pietro, due fratelli che fanno questo da due generazioni».

La statua-bozza della sirena viene anche portata in processione durante la Lampadoforia, un enorme corteo in costume tra Megaride (Castel dell’Ovo) e Monte Echia, un viaggio al tempo della Napoli greca. Eppure il Comune, spiazzando l’opinione pubblica e forse sulla scia di polemiche inerenti alla rappresentazione iconografica proposta da Giuseppe Canone, decide di cambiare. «Quando nel 2019 lanciammo la proposta di erigere, sulla nostra Montagna Sacra, Monte Echia, una statua dedicata alla Sirena Parthenope ci arrivarono aspre critiche e persino insulti – scrivono i vertici de I Sedili – Ostacoli burocratici e di natura “tecnica” ci furono frapposti. Oggi, apprendiamo che il sindaco p.t. del Comune di Napoli, presenta una diversa opera, ovviamente dissimile e anacronistica pure, rispetto alla forma mitologica che tantissimi stanno nuovamente ammirando nella appena restaurata Fontana Spinacorona».

Resta l’amarezza, ma Canone non si è fermato davanti all’impasse amministrativa, come a dire che il gelo della politica italiana non tocca l’arte e la passione. «Dispiace – aggiunge Canone con un velo di contenuta tristezza – perché sarebbe stata un’installazione permanente, a simboleggiare un luogo quasi sacro, dove attraverso il mito e la storia nasce la nostra città». Ma tante sono state ancora le sue creature, nel sacro e nel profano, le commissioni della Soprintendenza amata-odiata per la realizzazione della sala DAI a Palazzo Reale, le statue dei re napoletani (la riproposizione del Carlo V di Gemito, il Carlo III, il Gioacchino Murat), il busto del filosofo Tommaso Campanella, il megamedaglione in bronzo di Diego Armando Maradona, l’opera dedicata a San Giuseppe Moscati consegnata alla chiesa del Gesù nuovo, il Kronos del 2024 e il Cristo del 2025. Nel lasciare la sua casa museo si ha l’impressione di allontanarsi da una Napoli priva di infingimenti, meno chiassosa e più creativa, la Napoli dei greci e di antichi popoli, dei corpi in estasi, dell’odore del marmo e del legno. Il volto bambino di Giuseppe Canone si rispecchia negli occhi vivi delle sue statue, tra i vicoli della Salute e della Partenope millenaria in cui è nato.

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