‘Totò e Vicé’: “Due fantasmi che vivono dentro di noi”

di Davide Speranza

«Dicono che il mondo lo creò un suono
Dicono che poi il canto creò un’immagine
Dicono che è la musica un antico ricordo».

È Franco Scaldati a parlare, nei primi secondi del film Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz. Seduto su una sedia, ai piedi di una fila di mummie appese al muro, il drammaturgo di Montelepre scandisce in lingua siciliana il manifesto del documentario girato da Franco Maresco. Chi ha visto gli spettacoli di Scaldati sa che quelle parole si sposano perfettamente con il suo percorso artistico spalmato su quarant’anni di teatro, nel corso dei quali il suono poetico e aspro dei suoi personaggi si è mischiato, come jazz, al degrado di Palermo, dell’Albergheria e di una Sicilia sventrata da mafia e stragi, degrado e morte. Il suo teatro universale aveva questa lingua qui, suono della tradizione che sapeva parlare al futuro e sapeva parlare alla luce, in mezzo a tutta quella fine. Una lingua-musica gonfia di immagini, evocazioni e sogni, dimensioni fuori dai binari della banale contemporaneità, eppure maledettamente incastrate nella vita spigolosa del nostro tempo. Il parallelismo tra il grande clarinettista Scott e Franco Scaldati è dunque perfetto.

Entrambi ignorati in Italia, dimenticati dopo la morte, messi da parte da un paese provincialista e arroccato su sciatti circuiti di potere intellettuale. «I poeti non cadono in piedi perché non sono abbastanza furbi, non fanno compromessi. Un poeta non può farli e Franco Scaldati, semisconosciuto in vita e sconosciuto post mortem, purtroppo o per fortuna mai cadde in piedi» ha dichiarato Franco Maresco che gli fu compagno di tante avventure, tant’è che a Napoli ha presentato ultimamente un omaggio all’antico amico: I poeti non cadono in piedi.

Ancora in questi giorni il pubblico partenopeo ha potuto assistere ad una delle opere più affascinanti dell’autore, Totò e Vicé, andato in scena per la regia di Giuseppe Cutino, al Nest di San Giovanni a Teduccio. Due giorni, il 7 e l’8 febbraio, intervallati dall’incontro con la compagnia, al Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, organizzato dalla professoressa Antonia Lezza (che ha curato l’introduzione) e arricchito dall’intervento della studiosa Rossella Petrosino. Negli spazi di via Schilizzi gli spettatori hanno avuto l’occasione di dialogare con regista e attori, entrare negli snodi di concepimento della messa in scena e comprendere meglio uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento.

Chi sono Totò e Vicé? Due clochard/clown usciti da un’attesa (priva del Godot/Beckett), o angeli sospesi che diventano carne tra questo e l’altro mondo (ma non esiste un solo cielo e non esiste Berlino, piuttosto potremmo scegliere Palermo, che pure non era sconosciuta al genio di Wenders, con la benedizione di Letizia Battaglia). Scaldati li definì «due fantasmini che vivono dentro di noi, due acrobati delle emozioni, della sensibilità, a volte anche dell’intelligenza… questi si muovono tra le cose terrene e le cose che vanno oltre il nostro mondo». Forse incarnano due pensieri, idee di un sentimento e, per questo, esseri non umani e neanche sovraumani, terreni ma anche sognati. Nella nuova edizione dell’opera, il regista Giuseppe Cutino rielabora le vicende dei due, riuscendo nella non facile impresa di tradire Scaldati innestando prospettiche performative nuove, pur traducendo la sua poetica nella maniera più fedele possibile.

Sulla scena compare un telone, che sembra respirare, gonfiarsi di arcaico, riflettere ombre di un mondo greco. Ai lati entrano le due voci-corpo, Egle Mazzamuto e Sabrina Petyx, che accompagneranno Totò e Vicé in un percorso alla scoperta della luce e della morte. Costruiscono un doppio piano diegetico, integrando la scena con cunti e melodie popolari antiche apparentemente slegate dal contesto. Il pubblico del Nest diventa fantasmagorico, con l’ingresso di Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, buffi nell’indossare panni larghi, bretelloni e giacche sventolanti. «Totò?» «Vicé!» si rimbalzano tra loro la voce, si chiamano, si interrogano sul loro nome e sulla loro presenza, mentre scendono la platea per raggiungere il centro del palco. Scrutano davanti a sé, cercano qualcosa, lucciole nell’oscurità, ignari di attraversare poltrone e spettri/spettatori.

Nel gioco della rappresentazione, chi è più reale? I personaggi o noi dagli spalti? Chi è più vero: la quotidiana bugia fatta di maschere o l’abbandono crudo e poetico di questi due scippi di inchiostro teatrale? I quadri dentro cui si muovono vengono esaltati dalla musica di Maurizio Curcio e Daniele Tesauro, che osano, azzardano, immaginano scenari sonori che forse Scaldati avrebbe apprezzato, come l’uso della chitarra elettrica, il mood del rock e dell’ambient, incrociandoli con le voci antiche delle due narratrici, fuori dal tempo e dallo spazio della storia, prefiche di una Sicilia ancestrale. E subito viene in mente Grazia Deledda, la sua descrizione di quelle donne ridotte a nenia in Colombi e sparvieri: «… quei gridi funebri scomposti, d’un dolore folle, mi sembravano talvolta i gridi stessi del mio cuore. Tacevo, ma tutto gridava entro di me. Portato via il cadavere mi scossi dal mio dolore. Alcune donne continuavano ad ululare mentre le prefiche di mestiere ricevevano già il compenso: una misura di frumento e una libbra di formaggio». Le voci – narrata e cantata – di Sabrina Petyx e Egle Mazzamuto vibrano dentro ai petti degli astanti, testimoni di un evento, quello dell’amicizia pura di Totò e Vicé.

Angeli, spettri, vagabondi, pagliacci. Forse due bambini mai nati e come tali senza sesso e senza matrice. Discorrono della guerra e dei cimiteri, della pioggia che cade invisibile sulle loro giacche ampie come ali d’angelo, di campane e lune, del saper camminare adagio adagio cosicché il tempo non passi per rimanere bambino/picciotto. Tra salti, capriole e mantra, dispongono per terra decine e decine di lumini. Li coglierà la morte? Ma non importa, perché l’amicizia e l’amore valicano i confini del glaciale analfabetismo emotivo di questi nostri anni.

Grazie alla regia dello spettacolo, Giuseppe Cutino ha vinto il Premio Associazione Nazionale Critici Teatrali 2024, un plauso alla sua carriera, come più volte affermato durante l’incontro dell’8 febbraio al Centro Studi di Napoli. «Si lavora per incoscienza su un testo del genere – ha spiegato Cutino, sollecitato da Rossella Petrosino – Il progetto iniziale messo su da Anton Giulio Pandolfo e dal nostro produttore Dario Ferrante è stato presentato alla Nuova Imaie. Un testo che ha 70 personaggi, frammenti che nel tempo Franco ha scritto e inserito, aggiungendo episodi, dialoghi tra Totò e Vicé. Cercai di capire come metterci mano. Il progetto vinse nel 2018-2019, poi il covid ha chiuso tutto. Ma proprio la pandemia è stata la chiave di lettura. All’inizio cercavo l’azione. Il problema è che non riuscivo a comprendere come affrontare il teatro di Franco. Bisognava mettere in scena un pensiero. Una frase mi ha fatto scattare la molla. Totò chiede: “Ma i vestiti che mettono i morti sono le ali degli angeli?” Questa frase mi ha cambiato il mondo». Grazie all’indicazione di Maurizio Curcio (che ha composto le musiche originali) viene coinvolta Egle Mazzamuto, storica attrice e collaboratrice di Franco Scaldati.

«Una delle ultime persone che ha veramente seguito il percorso di Scaldati – ha aggiunto Cutino – Parlando con lei ho trovato una disponibilità e una voglia di partecipare a un progetto che fosse rispettoso di Franco e allo stesso tempo lontano. A Palermo c’erano due modi di fare teatro, quello scaldatiano e quello di Michele Perriera al quale appartengo io, due mondi diversi, una innovazione della tradizione e un teatro di regia in italiano. La ricerca di una lingua arcaica che parlasse al futuro e un modo di scardinare la lingua. Ho iniziato a selezionare il testo, avevo un suono nelle orecchie. Davo indicazioni specifiche a Maurizio. Il cantato, il suonato, la musica tradizionale. Volevo note dissonanti, disturbanti e in quel disturbo riuscire a trovare l’armonia. Intercettato questo suono, lo avrebbero capito anche gli attori. Il testo ti colpisce nell’anima. Lo abbiamo costruito nel periodo del covid e così è diventato un omaggio a tutti i morti che non hanno avuto possibilità di sepoltura. La veglia, la vestizione, la presenza dei vivi. Tutto è stato costruito in questi termini. Due anime che non hanno idea del perché hanno questi abiti, abiti che non gli appartengono. Con Mario Dell’Oglio, della storica famiglia di abbigliamento, ci immaginammo vestiti enormi, giganti, dove ci nuotassero dentro».

Il testo di Scaldati viene “parlato” in siciliano stretto, ma il timore di non comprendere svanisce quando il pubblico sostituisce l’istintuale traduzione dei corpi al raziocinio fuorviante delle parole. In questo gioco di significati, significanti, suoni e musiche si inseriscono le voci di Sabrina Petyx e di Egle Mazzamuto, a metà tra oracoli e madri di cunti primordiali. «Nella letteratura di Scaldati esistono figure ben precise – spiega Mazzamuto – Figure molto particolari, ad esempio Sabella in Occhi, ma anche in Assassina, figure che si trovano in un limen, parlano di cose che riguardano futuro, passato, presente, sono fuori dal tempo e dall’azione di quel momento. Fuori dalla storia. Parlano come se fossero una voce fuori dal coro, come se avessero conoscenza del resto. Le prefiche ad esempio. Ecco, siamo diventate anche prefiche, come nel valzer della luna. In Sicilia tra l’altro ci sono ancora, nei paesini dell’entroterra esistono figure pagate per piangere ai funerali, mantenendo sempre lo stesso suono, un ruolo melodico che va reiterando un lamento. Un mantra che porta a rimanere sincronizzati e sintonizzati in quella melodia, tutto il dolore viene riversato lì, si sta male insieme. Una volta si faceva la veglia per settimane, tutti si incontravano nella casa del defunto, ci si vestiva di nero e il dolore era comune».

Lavorare con Scaldati è stata l’esperienza della vita, tra rinunce, fatica e arte. «Ho festeggiato i miei 21 anni all’Albergheria, in teatro. Seguivo Discipline della musica all’università e poi la magistrale in Musicologia – ricorda l’attrice siciliana – C’era anche Storia del teatro e la professoressa Sica mi chiese se non mi fosse piaciuto un corso, un laboratorio. Mi mandò con Davide Enia che stava lavorando alle selezioni per “Scanna”. Poi mi chiese di lavorare con Scaldati. Lui mi invitò a fare il laboratorio e iniziai a leggere quel che mi aveva portato. Fu impressionato. Era un pugno nello stomaco, qualcosa che mi apparteneva fortemente. Era Santa e Rosalia, lo spettacolo. Parteciparono gente del quartiere, attori professionisti e non. Mi chiese di fare gavetta per un anno e poi di restare in compagnia. Da lì iniziò un rapporto di affetto, di lavoro, preparazione, costruzione di spettacoli nuovi, Un angioletto vestito di giallo, La gatta di pezza, scritti nel periodo in cui lavoravo con lui. Chiedeva sempre se lo spettacolo andava troppo lento, troppo veloce, se le parole fossero adatte. Eravamo io, Fabio Palma e Marcello Adelfio, come collaboratori più stretti, poi entrò Toto Pizzillo. Passavamo le serate a preparare e leggere testi, organizzare laboratori permanenti, in estate, all’Albergheria. Un’esperienza devastante, 10 anni di vita nella direzione artistica, lavoravamo 8 ore al giorno, soprattutto di notte, non c’erano feste, uscite con gli amici. C’era una grande famiglia che era la compagnia di Franco, si lavorava a tavolino, si montava lo spettacolo per mesi e poi si andava in scena. Intanto organizzavamo l’archivio. A casa, Franco mi ha lasciato i suoi testi».

La musica è un personaggio sempre presente tra gli attori. Un lavoro di ricerca e cucitura che Maurizio Curcio ha portato avanti confrontandosi di continuo con il regista. «Giuseppe non sapeva esattamente cosa, aveva un’idea intangibile del testo – conferma il compositore e musicista – Abbiamo individuato quali potessero essere le sonorità intrinseche nelle parole di Scaldati, trovando una forma musicale inedita per il teatro scaldatiano. Giuseppe voleva qualcosa di contemporaneo. Ma qual era il suono di questo testo? Chi lo conosce capisce che ci sono parole che spesso non significano nulla, se non il suono stesso al loro interno. Abbiamo iniziato a giocare, costruendo un lavoro sperimentale, melodie che andassero a scavare sempre nei contenuti emotivi. Ho dovuto individuare soluzioni armoniche e melodiche che mi toccassero dentro. Era il periodo del covid e spesso lavoravamo online. Ad un certo punto ci siamo resi conto che era un’opera musicale. Non eravamo partiti con questa idea, ma la curva musicale ha preso l’ossatura dello spettacolo sul quale il testo si va a integrare. A quel punto quando abbiamo iniziato a pensare un’interprete vocale abbiamo scelto Egle. Le abbiamo sottoposto i primi provini, avevamo il dubbio che dicesse no, perché non corrispondente al lavoro di Scaldati. Invece ha appoggiato le nostre scelte, giocando con la sua voce. In ogni caso la musica non doveva mai storpiare la parola, ma doveva tenerne conto in modo che il suono della parola stessa venisse sempre in primo piano».

I due attori in scena riescono a restituire il dedalo di sfumature oniriche e delicata poesia sprigionate dalla mente di Scaldati. Un lavoro complesso e catartico sul piano umano, oltre che professionale. Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, amici dentro e fuori il teatro, non collaboravano da oltre 8 anni. In Totò e Vicé il desiderio di ritrovare un dialogo ha travalicato il senso dell’opera e anzi si è fatto laica consustanziazione nella quale coesistono interpretazione del testo e vibrante desiderio d’amicizia oltre il testo. Il gioco e il tema del meraviglioso “incontrarsi” acquista luce potente, predispone una partecipazione emotiva da parte del pubblico, in un rito di passaggio, atto di culto da processione, durante la quale la reliquia da pregare è l’amore, incondizionato, inscindibile anche di fronte alla morte.

«L’elemento fondante è il rapporto con gli altri, un rapporto divino, l’amicizia pura, vera, senza alcun interesse – spiegano Pandolfo e Palazzolo – Proviamo a scoprire cosa potrebbe essere il passaggio ad altre dimensioni. Lavori come questo danno possibilità di approfondire ciò che nella vita di tutti i giorni è difficile comprendere. Grazie a questo teatro si può sperimentare un tipo di relazione che purtroppo nella realtà, a causa di una serie di modalità ormai ratificate, è difficile riuscire a costruire. Scaldati sul mondo dei rapporti era un grande maestro, senza essere retorico. Un maestro della sensibilità. Rappresenta tutto ciò che è bello, e quindi invisibile. La semplicità degli sguardi, l’onestà, la volontà di capirsi anche quando si è completamente diversi. Totò e Vicé sono una realtà che ci ricorda come quel che abbiamo perso è sempre stato lì, dobbiamo soltanto riappropriarcene. Dentro ognuno di noi c’è qualcosa di divino. Questi due personaggi sono portatori di una condizione emotiva che stiamo rischiando di perdere. Non è l’amore vissuto come possesso, ma come dono. Una dinamica che idealmente ci appartiene, da bambini. Da piccoli abbiamo questa forma di generosità dell’amore. Poi l’ideale, ad un certo punto, ci supera e noi dobbiamo corrergli dietro».

Durante l’incontro al Centro Studi organizzato da Antonia Lezza, più volte il regista Giuseppe Cutino ha messo l’accento sulla necessità di “sentire” lo spettacolo come un flusso di parole. La lingua di Franco Scaldati assume le sembianze di musica. «È vero che Franco scrive in palermitano. Ma la cosa bella è come mette quelle parole insieme – insiste Cutino – Sabrina ed Egle per me hanno lo stesso ruolo, la voce narrata e cantata fanno parte dei brani musicali. Erano le parole stesse che ci portavano verso il canto o verso una recitazione che doveva sposarsi con la melodia». Ed è la stessa professoressa Lezza a rimettere al centro la questione del testo e della phoné.

«L’ho visto al Teatro Area Nord di Piscinola – ha raccontato la presidente del Centro Studi, a proposito dello spettacolo – Non eravamo tanti, come capita ai teatri di ricerca. Una volta ad uno spettacolo di Carlo Cecchi credo fossimo in dieci persone, oggi con la sua morte scrivono lunghi articoli. Ma sappiamo come questo paese voglia i morti e non i vivi. Ad ogni modo mi piacque moltissimo, e non ci siamo fermati. Facendo parte dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ci siamo consultati e al grido di “viva Scaldati viva Cutino viva gli attori” abbiamo votato questo spettacolo. Volevamo farlo venire a Napoli. Gli spettacoli però non hanno sempre vita semplice. Dobbiamo andarceli a cercare. In Italia esistono realtà culturali territoriali di prima grandezza. I festival al Sud, come Primavera dei Teatri a Castrovillari in Calabria fondato da La Ruina, o ancora Le Belle Bandiere con Elena Gucci e Marco Sgrosso, il Teatro Ringhiera di Milano, esiste insomma una ricerca importante e grazie ad essa riusciamo a vedere cose belle. Abbiamo dato una nostra disponibilità perché il testo di Scaldati venisse a Napoli, al teatro Nest di San Giovanni a Teduccio. Uno spettacolo importante. Esiste una edizione di Totò e Vicé portata avanti per 20 anni da altri due attori molto bravi, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, tradotta in italiano. Un’operazione anche abbastanza delicata. La lingua di Scaldati è in siciliano, come Moscato scriveva in napoletano, La Ruina in calabrese. Dunque fare quella traduzione era un’operazione di assuefazione rispetto al pubblico. Lo spettacolo di Cutino invece non lo è. Il teatro ti deve far pensare, arrabbiare, meditare, emozionare. Quando insegnavo Storia del Teatro al Suor Orsola Benincasa, mi sono avvicinata alla Storia dello spettacolo, alla drammaturgia, alla scenografia, insomma tutti elementi che fanno completo un testo. Nell’opera di Franco Scaldati c’è tutto questo. La musica straordinaria con interpreti eccezionali, c’è la scenografia e le luci fondamentali. Il testo è in siciliano, bisogna immedesimarsi in questa phoné, in questa musicalità, senza pensare di dover capire tutto. Non siamo al supermercato. Lasciamoci andare, emozioniamoci, lasciamoci condurre in questa musicalità della parola, anche molto aspra in alcuni momenti».

Durante lo spettacolo, nel buio del teatro Nest, noi “pubblico” siamo scomparsi, finiti chissà dove, tra le pareti delle quinte, nei drappeggi dello sfondo, nelle voci di Egle e Sabrina, in qualche tramonto d’argento della profonda Sicilia. Sicuramente eravamo noi il sogno di Totò e Vicé, ripensando a quel verso infinito di Danilo Dolci che dice: «Ciascuno cresce solo se sognato».

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