Alla Assoli di Napoli Fabrizia Sacchi e Luca Guadagnino portano in scena lo Stabat Mater
di Davide Speranza
Mi avvicinai alla drammaturgia di Antonio Tarantino anni fa, in cerca di monologhi da leggere. Il gancio fu una notizia di cronaca culturale (di cui ho perso le tracce) che raccontava la partecipazione di un maturo Lino Banfi alla rappresentazione de Il Vespro della Beata Vergine, uno dei quattro testi raccolti per la Tetralogia delle cure, poi confluiti nel volume Quattro atti profani pubblicato per Ubulibri (in seguito Einaudi). In quel contesto, Banfi interpretava un padre chiamato a riconoscere il corpo di suo figlio, omosessuale e suicida. Una performance caldeggiata dall’amico Maurizio Costanzo (all’epoca direttore artistico di un festival a Benevento), che trovò l’acclamazione di una critica stupita. La scrittura del monologo era una preghiera della solitudine, il rosario crudele di un dolore come una litania che resta dentro ai pensieri per giorni, anzi per sempre. Nella tetralogia figuravano anche Passione Secondo Giovanni, Lustrini e Stabat Mater. Determinarono la svolta teatrale di Tarantino – che nella vita precedente era stato un pittore – e diedero una scossa importante alla drammaturgia italiana, con la benedizione di Franco Quadri, tant’è che l’autore bolzanino fu più volte vincitore dei premi Riccione e Ubu nel corso degli anni.
Alla Assoli di Napoli è andato in scena (dal 9 all’11 gennaio) lo Stabat Mater per la regia di Luca Guadagnino. In scena Fabrizia Sacchi, attrice amata dal filmmaker palermitano con il quale ha lavorato in molte delle sue pellicole (The protagonist, Mundo civilizado, Melissa P., Suspiria). Le scene sono scandite da oggetti quotidiani che racchiudono tic e racconti di esistenze minime: una sedia, una scala pieghevole, un telefono della Sip, il fumo delle sigarette che Maria Croce (la protagonista della storia) fuma psicoticamente in difesa dal mondo. Una regia maniacale, ossequiosa del montaggio narrativo e della geometria spaziale applicata al corpo dell’attore in movimento sul palco. Una madre e la sua storia di migrante dal Sud alla gelida Torino, con il figlio carcerato, l’amante Giovanni che l’ha messa incinta e tutta una serie di personaggi (dalla signora Trabucco burocrate e pulciosa a Don Aldo, e poi il dottor Ponzio, l’assistente sociale, il dottor Caraffa).

Orchestra di voci assemblate e compresse nel corpo unico e nella voce camaleontica della Sacchi, che nuota nella lingua napoletana, afferra il piemontese, pennella il siciliano. Il testo è ricucito intorno a lei, il monologo sfocia in un bisticcio (c)orale nelle cui crepe allargate, ora da un’imprecazione ora da un racconto, intravediamo l’osservazione sociologica (la visione auctoris) di Antonio Tarantino sull’umida Italia. La Sacchi risale la platea, sembra parlare agli spettatori, accende e spegne le sigarette, accompagnata dal servo di scena (Emma Fasano) vestito di nero come la scenografia scarna e vuota.
Lo Stabat Mater è di fatto una sequenza della messa dei Sette Dolori della Madonna, composta in forma di lamentazione in epoca medioevale. Ispirò compositori come Scarlatti, Pergolesi, Rossini, Verdi. Eppure vive ancora oggi, nel 2026, nella carne-testo universale di Tarantino. «Stabat Mater dolorosa» (La madre addolorata stava…) recita all’inizio il planctus. È la figura della madonna che piange sulle piaghe insanguinate del figlio. Ma in seguito i versi si trasformano in una invocazione a condividere quel dolore: «Fammi portare la morte di Cristo, partecipare ai suoi patimenti, adorare le sue piaghe sante». Accade anche nel testo fiume di Tarantino, incarnato da una ferina Fabrizia Sacchi. Il pubblico resta ai piedi della croce insieme a Maria, partecipa alla sua traversata verso un Nord razzista, ai problemi sindacali nelle aziende, ai soldi che non bastano, al sesso occasionale e sporco che insegue con Giovanni, alla pena per quel «cristo di un figlio nelle grane/ per i rabadan della politica e non arrivo a capirci gnente/ e se non ne capisci gnente/ quello mi marcisce in galera mi marcisce… che è tutto uno schifo di mondo/ è tutta una politica sporca/ nessuno sa gnente di gnente/ e intanto a una mamma cosa ci tocca fare/ se si prepara il brutto tempo/ e nessuno c’impresta un paracqua?».

«Un testo che ho voluto fare io, me lo sono prodotto da sola, ho chiamato Luca Guadagnino per la regia – spiega Fabrizia Sacchi, subito dopo lo spettacolo, mentre la raggiungiamo ancora provata dalla performance – Era molto importante staccare la testa rispetto al personaggio, affrontarlo come un corpo a corpo. Il nostro lavoro è seguire Tarantino. Bastava seguire il testo e lasciarsi andare, affidarsi. Lui parlava degli ultimi. Si è sempre interessato a loro, era questa l’umanità da conoscere. Maria è sicuramente una borderline, una donna che vive ai margini della società, una vinta dalla vita, gli altri la trattano come fosse feccia umana, eppure continua a mantenere una dignità di donna per tutto il tempo. E dice delle verità incredibili, non ha sovrastrutture di tipo borghese. Le sovrastrutture che può avere lei sono quelle dei bassifondi nei quali vive. Il personaggio di Maria ha una spiritualità fortissima, come per molti che si appellano all’impossibile, a dio. Una donna che lotta molto, vivace, sanguigna, anche leggera, divertente, sola. E infatti in scena non ho niente. Come attrice devo trovarmi sola, senza appigli, niente che mi faciliti, niente musica, nessun cambiamento luci. La sigaretta l’ha voluta Luca che tra l’altro non è un fumatore e odia i fumatori. Ha voluto lui la gestualità con questo fumo che esce anche quando parlo».

Da 14 anni la Sacchi mette sul palco la storia di Maria e il testo sembra non invecchiare mai, come un’eresia, l’eresia del dolore (come recita il titolo di un saggio di Massimo Lechi). «Ho scoperto Tarantino, quando davano I quattro atti profani con la regia di Valter Malosti all’Eliseo di Roma. Non andai a vederli. Ero ad uno spettacolo con Francesco Montanari. Però mi consigliarono di fare lo Stabat Mater in napoletano. Non si trovava il libro, mi incuriosii. Volevo fare un monologo, misurarmi con una prova tosta. Quando ero a Firenze per un allestimento, andai in biblioteca, ho fotocopiato il volume, sono tornata in albergo, l’ho letto e ho detto “lo faccio”».
Il progetto la vede di nuovo incrociare la strada di Guadagnino. «Con Luca ci siamo conosciuti molto prima – racconta l’attrice napoletana – Facevo l’accademia e lui era assistente di Spagnoletti in Storia del cinema a La Sapienza. Ci siamo incontrati a casa di Paolo Briguglia. Un pranzo domenicale al quale aveva invitato i suoi amici palermitani. Un’amicizia che viene prima del lavoro. Poi lui mi ha chiamata tante volte, io gli ho prodotto un videoclip. Il nostro è soprattutto un volersi bene e stare bene insieme. Lo reputo un genio, un grandissimo regista». Un incrocio casuale, così come casuale è stato l’avvio della carriera d’attrice. «Avevo 19 anni e Peter del Monte mi vide e mi disse che avrei dovuto fare il suo film. Studiavo Giurisprudenza a Napoli e non avevo intenzione di fare questo mestiere. Certo, ero una grande spettatrice, mi piaceva andare al cinema e al teatro. Così ho fatto i primi set, ho deciso di tentare l’Accademia per studiare teatro. Avevo passato già 10 esami di Giurisprudenza nel frattempo. Quindi riesco a entrare in Accademia e cambio vita».

Il teatro sta per chiudere, Fabrizia deve lasciare l’Assoli, ma c’è tempo per un’ultima suggestione che svela un dietro le quinte del suo personaggio. «Tengo molto alla musicalità di questo spettacolo, ho lavorato con Leo de Berardinis, e con lui abbiamo sempre studiato in maniera musicale. Questo per me è anche un omaggio a Leo, sono vestita infatti come ero vestita in due dei suoi spettacoli, pantaloni neri e camicia bianca. E poi all’Assoli è perfetto. Leo amava tantissimo Enzo (Moscato).

