‘Il Cuntiere’ – Aldo Vucai, Il sogno di un bambino che ha inchiodato a sugheri e terracotta il significato della propria vita
di Davide Speranza

Questa è la storia di un presepista, Aldo Vucai. È il sogno di un bambino che ha inchiodato a sugheri e terracotta il significato della propria vita. Il presepe di Eduardo (in Natale in Casa Cupiello) era il miraggio di un mondo tradizionale fermo, coperto da uno spesso strato di polvere che impediva una visione lucida della realtà. La commedia del Maestro era tutt’altro che fotografia bonaria dell’interno borghese, nascondeva i germi irrimediabili e tragici di un tempo e di uno spazio più ampio che cambiavano velocemente, sull’onda cieca di una cancellazione di valori e riferimenti diventati muti, di quel mutismo che oggi forse si sente il peso. Il presepe di Vucai non appartiene però a questa sponda. Il suo artigianato è dinamico, conserva e tradisce la tradizione (si parlerebbe di tradinvenzione, per dirla alla Moscato), si muove insieme alle culture del mondo.
Entrando nella sua bottega in via San Gregorio Armeno, sembra di passare la soglia di un angolo magico, con la grotta, le cornici, i modellini in legno. Si scoprono strutture ispirate ai paesaggi palestinesi o alle città d’Italia più belle. Aldo, classe 1954, appartiene ad un mondo antico che non esiste, non oggi. Scopriamo anche una cosa importante. La cosiddetta via dei presepi è un’invenzione degli ultimi trent’anni. La via che collega San Biagio dei Librai all’agorà greca di piazza San Gaetano è diventata famosa per l’esposizione delle statuette sacre solo in tempi recenti.

Dobbiamo immaginare Napoli come un reticolo urbanistico il cui schema (ispirato ai progetti di Ippodamo di Mileto del V secolo a.C.) segue il disegno incrociato di decumani e cardini. Il Cardine di San Gregorio Armeno si getta nello slargo lambito dal Tempio dei Dioscuri e verso sud si allaccia ad una viuzza, una di quelle che sembra strappata paro paro dai presepi di Vucai e dei suoi colleghi. Vico dei Figurari. È qui che gli artigiani dei secoli scorsi si adoperavano nella realizzazione delle piccole statue religiose. Non ci si può sbagliare. Lo stretto di basoli è contrassegnato dalla presenza di un’antica colonna di granito, inglobata nello spigolo dell’edificio, uno dei tanti esempi di sincretismo architettonico, come se ne possono individuare a migliaia nel resto della città. Ecco, in Vico dei Figurari lavoravano i bottegai. La verità storica rischia di perdersi nella notte dei tempi. Un po’ come la figura di Sant’Alfonso Maria de’Liguori (restando in tema natalizio), del quale si ignora la paternità di una delle canzoncine più ascoltate del pianeta. Il Tu scendi dalle stelle fu scritta di suo pugno e il titolo originario era Quanno nascette Ninno, scritto in napoletano. Fu il primo a comporre un canto religioso nella lingua/idioma di questa terra, in dono al popolo e ai fedeli. Una canzone che si addice alla strada famosa per l’arte presepiale.
Le numerose botteghe artigiane che si possono osservare sono identitarie di una tradizione che ha origini antichissime. Il primo presepe vivente della storia si deve a San Francesco d’Assisi, ma è con San Gaetano da Thiene che nasce il presepe moderno; negli anni Trenta del Cinquecento in una delle chiese napoletane, egli allestì un presepe che apportò un primo cambiamento. I personaggi non risultavano contestualizzati all’epoca di Cristo, ma prendevano spunto dalla vita quotidiana del tempo contemporaneo. Dunque, per chi oggi storce il naso di fronte a statuette raffiguranti calciatori, politici e attori (il più delle volte, a buona ragione), si ricordi che gli artigiani conservano questo vizio da secoli. La stagione d’oro inizia nel Settecento, con figure di circa 30 centimetri e l’aggiunta di strutture come la bottega, l’osteria, il macellaio, il fruttivendolo. È chiaro come il presepe diventi cronaca dei tempi passati e presenti, fotografa usi e costumi del popolo nel corso dei secoli. Questa la grande lezione di Napoli. Il presepe in fondo siamo noi. Ed è il messaggio che anche Aldo Vucai sembra consegnarci.

Personaggi in terracotta e in movimento, maschere di pulcinella, figure in stile barocco, il golfo con il Vesuvio, ventilatori appesi, strutture in movimento, attrezzi, ‘Onna pereta fore ‘o barcone. La stessa bottega di Aldo è costruita come un presepe. Divide la ditta di produzione insieme alla figlia Olga e tutto nasce da suo nonno. «Lui faceva il tranviere e durante la giornata preparava i presepi per venderli. Mio nonno, Raffaele Ramaglia mi ha trasmesso questo amore – racconta l’artista 71enne – Prima la strada si apriva a novembre e si chiudeva a gennaio, non era come adesso. Dalla fine anni Novanta è una fiera permanente».
Ma facciamo un passo indietro. «Nonno mi aspettava da scuola per farmi sciogliere la colla sul fuoco, una cosa puzzolente e seccante, però mi coinvolgeva nel suo lavoro e mi incantavo ad ascoltare le sue storie. Lavorava con sughero e legno, con la cartapesta creava montagne che sembravano vere, mischiava intrugli di varie sostanze. Fin dal Settecento nelle botteghe di questa strada c’erano il carbonaio, il salumiere, la boulangeria, questo stesso negozio anni fa vendeva detersivi. C’erano alcuni locali adibiti a case, ci vivevano anche fino a cinque persone, c’erano i fioristi che lavoravano la stoffa, i vestiti di Piedigrotta e carnevale. Ora tutto è cambiato. La stessa fiera dei pastori si teneva a San Biagio dei Librai, solo verso gli anni Settanta del Novecento questa strada è iniziata a diventare il mondo dei presepi. Poi San Gregorio è stata rilanciata definitivamente con il sindaco Bassolino. In verità Vico dei Figurari era la vera San Gregorio Armeno».
Come ci spiegano Aldo e il suo caro amico Giuseppe Serroni, presidente dei Sedili di Napoli e sopraffino conoscitore della storia locale, San Biagio dei Librai nasce nel Cinquecento come strada di tipografi, per poi diventare sede di orafi e orefici. Forcella, a ridosso di via Duomo, era un centro di produzione di terracotta e pastori. «Dagli anni Novanta sono subentrato io – continua Vucai – Ero memore di tutto quello che mio nonno mi aveva insegnato. Mi faceva tagliare le casette, lui le disegnava. Erano in cartone non in sughero, riciclava tutto quello che trovava, approntava la base dei presepi su tavole inchiodate, non c’era il foglio di compensato. Inoltre non costruiva le scale, ma le discese. Realizzava il fuoco con legnetti pitturati di rosso. Era tutto diverso. Era una Napoli diversa. Io sono nativo di Fuorigrotta. Mamma veniva da via Marina, poi per lo sfratto di un palazzo bombardato fu trasferita. Respiravamo una Napoli ingenua, vera, semplice, vivevamo tutti a gruppi familiari, dove abitava mio nonno c’era una masseria, praticamente tutti parenti. Non c’erano palazzinari, ma casette rurali. Mia madre aiutava a fare le casette, mio padre era operaio di fabbrica. Da ragazzi dicevamo “jammo abbascio Napule”. Passato quel tunnel si stendeva di fronte a noi un altro mondo».

Dalla morte del nonno passano 15 anni. Nel frattempo Aldo inizia a svolgere diversi lavori. Giardiniere, pellicciaio, falegname. Poi tutto cambia a partire da una cassetta di frutta. «Fin da giovane ero specializzato in lavori manuali. Così da quella cassetta ricavai una capanna, piacque e andai a raccoglierne altre in mezzo alla strada. Via via ho incrementato il lavoro. Arrivo a San Gregorio Armeno agli inizi del Novanta. Non era ancora la strada dei presepi come la conosciamo oggi. Bisognerà aspettare il G7 di Napoli. Vista l’affluenza di quell’evento, gli artigiani sono stati incoraggiati a restare aperti anche la domenica pomeriggio. Quelli che facevano la fiera di Natale iniziarono a capire che la bancarella non bastava più. Presero in affitto questi locali e si stanziarono. Erano gli anni in cui il centro storico della città riprendeva ad essere valorizzato. Il rinascimento napoletano».
Mentre ne raccolgo la testimonianza, continuano a entrare turisti, curiosi, clienti. C’è chi dice ad alta voce “Complimenti! Bravo!” e batte le mani. Si avvicina un gruppo di russi. Anche due ragazze della Costa Rica. Le intervisto. Parliamo in inglese. Visitano Napoli per la prima volta e non conoscono affatto San Gregorio Armeno. Non hanno mai visto una cosa del genere, dicono che da loro festeggiano in maniera diversa. Le due americane, ingolosite da questo universo incantato, chiedono i nomi delle statuette e se ci siano pastori della natività più grandi. Tra i russi invece c’è chi ha deciso di vivere a Napoli, rapito dall’amore per questa città. Aldo parla con il mondo, a gesti, con semplici parole. Esporta i suoi piccoli paesaggi di sughero verso la Spagna, Stati Uniti, Canada, Francia. Da trent’anni questa strada è la sua casa. Ammette che il mercato e la qualità del flusso turistico sono cambiati. «Le persone si accontentano del piccolo souvenir. Prima ricevevo molte coppie di sposi che volevano il presepe. Da anni non ne vedo più. Si sta perdendo l’amore per quest’arte e anche l’amore per la famiglia.
Il presepe è lo specchio della società. Ti rendi conto di come cambiano i tempi anche da come viene pensato il presepe. Sempre meno persone se lo fanno in casa. Mi intristisce tantissimo. Ho lottato per questa strada. Ho sempre cercato di proteggerla. Tengo a cuore che il turista sia consapevole dell’attività che svolgo, per questo motivo lavoro sul tavolo a vista, in modo da far capire che qui c’è vero artigianato e non solo vendita industriale. Oggi va molto il cornetto. Personalmente sono un artigiano e cerco di fare le cose a modo mio. La stessa calamita la faccio da me, non vado all’ingrosso. Se durante una passeggiata a mare, trovo una radice sulla spiaggia, la trasformo in presepe. Un amico mi ha portato pietre minerali dal Vesuvio, anche lì ci ho messo mano. Riesco a vedere cose animate ovunque. Gli altri mi dicono di pensare al guadagno, e meno alla fantasia. Se racconto che interagisco con le statuine, le muovo, le giro, le faccio dialogare, mi prendono per pazzo. Non so se questa fantasia mi ha aiutato o rovinato».

Aldo ha anche un’altra passione legata al presepe. Organizzare laboratori per i bambini. «Li faccio venire spesso, li incoraggio ad essere creativi. Lavoro anche con i bambini disabili. Vengono qui per assaporare l’ambiente. Con l’ultima scolaresca sembrava di essere nel film Io speriamo che me la cavo. Costruiscono, incollano e poi portano a scuola quel che hanno creato. Due anni fa, abbiamo fatto un albero di Natale con stelline in terracotta, era una classe da Mugnano. Il presepe è una espressione dell’anima, e anche a chi lo compra do la possibilità di personalizzarselo, creando la loro storia. È un percorso di vita. Per un periodo ho regalato ai bambini il disco del cartone animato Opopomoz (il film d’animazione diretto da Enzo D’Alò e dedicato al mondo del presepe, ndr). L’anno scorso ho inviato il materiale a un ragazzo di Milano e abbiamo fatto laboratorio in videochiamata. La gioia di vedere un bambino che si appassiona per me è molto gratificante».
Non solo presepi napoletani. Aldo realizza ambientazioni palestinesi, che sembrano uscite dalle Mille e una notte. Si può intravedere la Basilica di San Nicola a Firenze, il Palio di Siena. Vucai va alla ricerca delle antiche storie. «Vedi quel cranio? – mi indica su uno degli scaffali ingombrati da attrezzi, cornici e statue – È un cranio simbolo del Golgota. Un presepe che si faceva nel Quattrocento. Le simbologie sono le tre croci, ai piedi di Cristo c’è il teschio di Adamo, il passaggio dal vecchio al nuovo, e sotto ci sono gli scheletri. È la resurrezione che vince sulla morte. A quell’epoca si preparava questa sorta di presepe per la Pasqua. Ho fatto presepi su ogni supporto. Sulla radice di olivo abruzzese o all’interno di un albero di Natale con tanto di ruscello e case arredate. Ho rappresentato Port’Alba, Palazzo Donn’Anna, la natalità in barca poggiata sullo scoglione di Marechiaro».
Anche le tecniche di realizzazione sono cambiate. «Gli artigiani realizzavano le statuine nel carbone, non c’erano tutte le tecnologie di oggi. Durante l’anno si mettevano fuori al basso e le cuocevano in questo modo, almeno fino all’inizio del Novecento. Adesso si usa molto lo stampino, con il forno che ti porta a 1200 gradi per far asciugare bene i pezzi. Io uso le cose più semplici, una sega a nastro, martelli, sugheri, compensati, chiodi, colla, taglierini e tanta fantasia».

La fantasia domina il mondo di quest’uomo. A 71 anni conserva ancora lo spirito del Natale, la voglia di ibridare l’antico con il nuovo, di assaporare il gusto dolce delle favole. Conosce tutte le storie sui personaggi del presepe. «Mio nonno era amante delle storielle. A ogni statuina dava un nome. Sono molto legato al Benino, quello che dorme, mio nonno diceva che non doveva mai mancare. Poi mi raccontava la storia della donna col bimbo. La leggenda dice che alla nascita di Cristo le vergini non potevano assistere al parto e preparto. Pur di vedere il piccolo, questa giovane prende un sasso, lo avvolge in un panno e fa finta che sia un neonato, così entra nella grotta e la madonna le chiede cosa abbia avvolto tra le braccia. La ragazza, nel dire una bugia lascia cadere una lacrima sul sasso e questo diventa un bambino vero. Maria vede il piccolo e lo chiama Stefano, ecco perché la festa di Santo Stefano viene dopo la nascita di Gesù, il primo martire della chiesa, nato da una pietra e morto lapidato. Col tempo ho imparato che il presepe è dinamico, animato, in continua modifica. Incoraggio a fare anche il quarto magio, Artabano, che viene dalla Persia, e porta con sé le perle preziose, un uomo così generoso da donare tutto ai poveri durante il cammino, così non arriverà mai alla nascita di Gesù, ma continuerà a cercarlo e lo ritroverà 33 anni dopo sulla croce. Per questo motivo il quarto magio si posiziona in lontananza, da buon ritardatario».
Nell’ascoltare le parole di Aldo, ci viene ancora in soccorso Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia, pagine cha trasudano di infanzia necessaria. Rodari ricordava come il suo libro offrisse “strumenti per contribuire a creare nella scuola, un nuovo ruolo per il bambino, un ruolo di bambino creatore, produttore, ricercatore, invece del tradizionale ruolo passivo che il bambino ha sempre avuto nella scuola”. Quel che Vucai fa con la sua bottega, e non solo. Tendendo a conservare quel bambino “rodariano”, restituisce anche ai visitatori la gioia del divertimento e dell’infanzia perduta. Del resto è anche nonno di un maschietto di 8 anni e di una femminuccia di 3. Si commuove a parlar di loro.
«Mio nipote si diletta a fare delle cose. Chissà che in futuro, se non sarà distratto da altro, non segua le mie orme. Quella parte bambina l’ho conservata. Ti aiuta a vivere, a sopportare, ti fa vedere la vita in modo diverso. Ho promesso a mio nipote di non morire per incoraggiarlo a portare avanti l’attività, abbinandola certamente allo studio, ma appassionandosi ad essa. Due volte alla settimana facciamo laboratorio. Adesso abbiamo piantato insieme un albero. Un alberello di pesche che ne ha sostituito un altro ormai morto e per il quale lui ha pianto un giorno intero. Ora lui tutte le sere lo va ad annaffiare e crescerà con lui. La sensibilità è tutto».
Il Natale è alle porte, i bottegai lavorano e vendono, divorati dallo sciame di persone che affollano via san Gregorio Armeno. È ora di andar via, non prima di un’ultima suggestione. «Questo luogo per me è un sogno – dice Aldo mentre si asciuga il viso umido di candore – Il presepe nasce da un sogno, non bisogna mai smettere di sognare nella vita. Non è un caso che, come si racconta, sia proprio Benino a sognare il presepe, quel giovane coricato rappresenta il sogno che continua».

