‘Crick’ secondo Rosario Sparno. Da una drammaturgia di Francesco Silvestri e Melina Formicola

di Davide Speranza

 

Non è difficile individuare ne Il topolino Crick una chiave di lettura molto simile al racconto di Anna Maria Ortese, “Un paio di occhiali”, pubblicato nel 1953 all’interno della raccolta Il mare non bagna Napoli. Qui protagonista è la piccola Eugenia che quasi cieca attende di indossare finalmente gli occhiali, unico motivo di gioia in una esistenza altrimenti miserevole e consumata tra i quartieri di una Napoli ridotta in ginocchio all’indomani dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Ma quando gli occhiali arrivano ed Eugenia mette a fuoco quel mondo prima osservato attraverso la nebbia di una vista mal sviluppata, ecco che lo strumento arrivato in soccorso per mettere la bambina al passo con i tempi si rivela viatico di sofferenza: «Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone, per guardare fuori, nel vicolo della Cupa. Le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia… le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò… il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali».

Accade anche ad Antonio Cafiero, personaggio che abita il testo del compianto Francesco Silvestri (attore, drammaturgo, regista, Premio Ubu) e di Melina Formicola, dal quale è stato tratto Crick, atto unico in sei resoconti, per la regia di Rosario Sparno, con in scena Luca Iervolino e Francesco Roccasecca. La produzione firmata Casa del Contemporaneo, andata in scena alla Sala Assoli di Napoli, ha debuttato proprio nel piccolo tempio di Enzo Moscato, per poi andare a Castrovillari, Castellammare, Caserta, e tornare alla Assoli in questi giorni, anticipata dall’incontro/dibattito del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo all’interno del format Prima della Prima (introduzione della professoressa Antonia Lezza e Vincenzo Albano). La storia di Antonio Cafiero (povero operaio in una fabbrica di scarpe) è quella di un uomo affetto da grave disabilità cognitiva, che decide di sottoporsi ad un esperimento grazie al quale triplicare l’intelligenza e potersi dire accettato dalla società. Il dottore che porta avanti il percorso di “rinascita”, lo addestra come un topo, e in effetti c’è anche un topo nel racconto, quel Crick del titolo, utilizzato come cavia per la sperimentazione.

Uomo e topo fanno amicizia, c’è quasi competizione tra le due creature. Ma la vita di Antonio Cafiero si rivela sofferente al pari dei tanti Frankenstein che popolano la giungla umana. La creatura ricomposta e rinata dalle ceneri del degrado per assumere una forma superiore rispetto al presente, scivola in un nuovo doloroso distacco. Qualcosa va storto. Qualcosa va sempre storto, quando si parla di progresso e sviluppo, concetti spesso confusi, anche in questi tempi di intelligenza artificiale.

Ne parlò a lungo e con ardore Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti Corsari”: «È evidente: a volere lo “sviluppo” in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo “sviluppo”, in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (l’applicazione della scienza) ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai in concreto transnazionali. I consumatori di beni superflui sono da parte loro irrazionalmente ed inconsapevolmente d’accordo nel volere lo “sviluppo” (questo “sviluppo”). Per essi significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di “poveri”, di “lavoratori”, di “risparmiatori”, di “soldati”, di “credenti”. La “massa” è dunque per lo “sviluppo”».

Sviluppo non è progresso, sembra dirci anche il testo portato in scena dal regista Sparno. Gli occhiali funambolici (di Eugenia) che dovrebbero farci leggere la realtà con una profondità tagliente e magari rompere il gioco delle ombre nella caverna fatta di schiavi, costruisce ulteriori sistemi di sfruttamento, scatole cinesi e pura illusione. Il topolino Crick morirà di lì a poco, mentre Antonio Cafiero subirà una repentina regressione intellettuale, di fronte all’impreparazione emotiva con cui è costretto a fare i conti nel decodificare un mondo che prima gli sembrava giusto per quanto respingente e adesso lo ritrova omologato e omologante al punto da trasformare lo stesso Antonio in organo incompatibile con il proprio passato.

Alle spalle di Cafiero svetta un monolite, dotato di celle e oblò digitali per mezzo dei quali l’ex operaio, costretto notte e giorno a cibarsi di nozioni multidisciplinari, acquisisce una intelligenza “mostruosa” e glaciale. Facili i riferimenti ai capolavori di Stanley Kubrick, da 2001 Odissea nello spazio ad Arancia Meccanica, nei quali i personaggi non sono mai davvero padroni del proprio destino, ma prodotti di laboratorio sociale. Viene allora da chiedersi se Antonio fosse più felice prima, se il prezzo da pagare per un progresso che non si affianchi a uno sviluppo sociale ed emotivo, non sia troppo alto e sempre a discapito degli sfruttati “pasoliniani”.

La regia di Sparno è tutta giocata sullo studio dell’attore in scena – l’attore è dispositivo a specchio del testo e viceversa – grazie alla straordinaria interpretazione di Luca Iervolino nei panni di Antonio Cafiero. «Gioco in casa, gioco facile, ho iniziato con Francesco Silvestri quando avevo 19 anni – racconta Rosario Sparno – Cercava un attore giovane che dimostrasse 12 anni, per uno spettacolo intitolato “La confessione” di Walter Manfrè, portato al Festival di Taormina e poi al Piccolo di Milano. Ricordo fosse vietato ai minori di 18 anni. 24 autori. Francesco era uno di essi. Ci siamo insomma incontrati per caso, all’epoca lavoravo in un bar. Era il 1991, 1992. Con Silvestri ho lavorato in molti suoi spettacoli e ho iniziato a fargli da aiuto regia. Mi sono formato sui suoi testi. “Saro e la rosa”, “Angeli all’inferno”. Il mio teatro è cresciuto così. Anzi il mio teatro è l’attore, è il testo. Lavoro molto sugli attori, con la carne viva di uno spettacolo. Quella era anche la visione di Francesco. Era un grande appassionato di romanzi e fumetti. Abbiamo iniziato a fare adattamenti con “Sogni di una notte di mezza estate”, “La tempesta”, “La casa di Bernarda Alba”. Con lui ho avuto un approccio alla forma romanzo, tra l’altro questo testo è tratto dal libro “Fiori di Algernon” di Daniel Keys, a partire dal quale hanno anche realizzato dei film, devo dire non all’altezza del racconto. Francesco ha avuto la genialità di riscriverlo, di ambientarlo a Napoli, così il testo diventa più viscerale, un lavoro sulla lingua».

La lingua è quella di Antonio Cafiero che passa dal pensiero al corpo. Attraversa il pubblico, lo trapassa, anche grazie alle musiche di Massimo Cordovani e alle scene di Fabrizio Comparone, che riportano l’ambientazione a quelle tipiche dei film anni Sessanta e Settanta. «Devi entrare nella mente di una persona che ragiona in maniera diversa da te, uno straniero, un alieno, devi fare lo sforzo, deve farlo lo spettatore – continua Sparno – Con questo spettacolo noto una partecipazione e una curiosità nei confronti del concetto di “altro”. Abbiamo lavorato sulle pause, sulle elaborazioni di pensiero del personaggio. Luca ha aderito in maniera viscerale al Cafiero. I silenzi a teatro sono importanti, in questo caso ancora di più». La performance è stata attenzionata anche da alcuni scienziati canadesi, presenti in sala, che hanno subito il fascino del dibattito filosofico sotteso alla drammaturgia.

Il fallimento dell’operazione sul topo Crick e sull’uomo Cafiero ha un’origine precisa? «Il vero fallimento è la mancanza di tempo – rivela Sparno – Ad una triplicazione dell’intelligenza, non è stato possibile associare un’intelligenza emotiva che ha appunto bisogno di tempo, e il tempo non si può sostituire con nessun’altra cosa. Hanno rifatto un uomo che ancora una volta non è adatto alla società. Rispetto al testo originale di Francesco, che era un monologo con voci registrate nei televisori, segno di un atteggiamento distante dalla tecnologia, il mio approccio è più da possibilista, cerco di capire le ragioni che muovono le dinamiche che spesso sembrano spietate. Ma non condanno la scienza. Ecco perché in scena ho inserito il personaggio del medico giovane, la scienza diventa carne. Un discorso applicabile alla intelligenza artificiale di oggi. Dipende dall’uso che ne fai. Ci saranno stravolgimenti, perdita di posti di lavoro e modifiche culturali. Ma a 53 anni, non mi sento di andare contro. Sono critico, però non voglio aver paura. Alla fine dobbiamo accogliere le nostre fragilità. Forse Crick è questo, non è solo un topo da laboratorio, ma l’immagine della nostra fragilità. Francesco era appassionato di supereroi e tutti i suoi testi sono pieni di supereroi fragili, diversi, con quella tenerezza, quella forza emotiva che li rende più forti».

A vestire i panni (e incarnare letteralmente i pensieri) di Antonio Cafiero uno straordinario Luca Iervolino, capace di farsi camaleonte umano tra disabilità e super intelligenza. «È molto impegnativo ripercorrere questo viaggio ogni volta che lo faccio – ammette l’attore che con Rosario Sparno ha fondato nel 2013 Bottega Bombardini e (non è un caso) è laureato in Filosofia del linguaggio – Ho svolto una preparazione molto lunga. Ci ho lavorato per mesi, studiando le caratteristiche esteriori, l’aspetto della disabilità e della fragilità, nel parlare, le movenze, mi sono ispirato a persone reali, amici, film, impegnandomi a trovare un mio Cafiero che non fosse una macchietta, il pericolo è sempre dietro l’angolo. Poi c’è stato tutto lo studio della mente, della psiche, dell’anima del personaggio. Da attore, quando affrontiamo i classici, capita che io chieda di cambiare qualcosa, una battuta, qui invece non abbiamo cambiato neanche una parola, la punteggiatura, le ripetizioni, abbiamo rispettato tutto lo scritto di Francesco.

Praticando il testo, ho scavato fino a ritrovare questi cambi molto repentini, molto infantili. Una fonte di ispirazione è stata mio figlio piccolo, che all’epoca del progetto aveva due anni e mezzo, stavo iniziando a studiare e osservavo i suoi cambi emotivi, il suo apparente divagare tra pensieri che sembrano non avere correlazione e invece ce l’hanno». Antonio Cafiero alias Luca Iervolino è un doppio nell’unità, Jekill e Hide, il disadattato che grida aiuto da una parte e dall’altra il genio allucinato da un sapere scevro del sentire umano. Si crea così un dialogo muto tra l’uomo e un altrove impossibile da raggiungere. «La presenza fisica del dottore è un elemento che ha dato una marcia in più al testo – aggiunge Iervolino – Permette di raccontare il rapporto umano. L’altrove è, nel caso di Cafiero, qualcosa che sta dentro, il suo passato, il suo desiderio, il suo immaginario, quello che avrebbe voluto. Spero che passi che lui era più felice prima, era pieno di desiderio, di spinta vitale. Poi l’omologazione, il diventare normale ha portato una grande infelicità. È venuto a mancare quell’altrove».

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