‘La buona novella’ di De André e Riverberi, e il nascosto così visibile dei Vangeli apocrifi

“Ed egli regnerà con il suo santo Padre e del suo regno non vi sarà mai fine, per i secoli dei secoli.”
Dal Libro di Giovanni evangelista, Vangeli dualistici

Geno Pampaloni, nel suo saggio La fatica della storia, pubblicato nell’antologia introduttiva ai Vangeli apocrifi nell’edizione Biblioteca Einaudi, pone una questione fondamentale sulla discussione intorno alle relazioni tra i testi che stanno a fondamento della religione cristiana e quelli che, anche se non riconosciuti, non possono essere ignorati. “È possibile una lettura disinteressata, incompetente, dei Vangeli apocrifi?”.

Una domanda che tocca il nervo della tensione dell’avvicinamento a qualcosa che, per quanto riguarda quello che seguirà, non è stato affrontato con la pretesa analitica, né con ogni altra pretesa, per essere ancora più chiari. Né ho deciso di scrivervi per suggestione. Questa parola nasconde fin troppe trappole per aggrapparvisi a mo’ di ragione. Suggestione, portare sotto, suggerire, etimologicamente (non a caso il portare sotto) con un’accezione maliziosa, istigante, insinuante qualcosa che contiene domanda e risposta al tempo stesso. Ecco che il suggestivo qui diventerebbe ancora più insidioso e pericoloso.

Pampaloni, infatti, intitola il paragrafo in cui sviluppa l’importanza di questa domanda con l’espressione Dramatis personae, letteralmente “maschere del dramma” o “personaggi del dramma”. Volendo sintetizzare una locuzione latina che nei secoli è stata ripresa da altri autori italiani (da Guido Cavalcanti a Gabriele D’Annunzio), si tratta dell’insieme di personaggi che hanno avuto una parte importante in un avvenimento.

Ecco, soltanto questo genere di accostamento può confortare senza turbamenti la possibilità di scrivere intorno all’apocrifo che certifica una parte di quelle fonti non riconosciute dalla Chiesa. Apocrifo nel suo senso originario, ben diverso dalla definizione ingannevole e non del tutto esatta che descrive l’apocrifo come il falso ed erroneo. In realtà, il vocabolo greco da cui deriva questo aggettivo significa “asta”, “bastone”, inteso come strumento per la misurazione. Nel mondo ellenico il vocabolo originario serviva a indicare la norma per le attività artistiche, letterarie e religiose.

Dunque, l’adozione letteraria dei vangeli apocrifi deve aver spinto Fabrizio De André a concepire e realizzare l’opera musicale ispirata ad alcuni testi apocrifi dei Vangeli. La buona novella, come dichiarato dal suo stesso autore, proviene da una lettura letteraria e politica di quello che Faber definisce “Il più grande rivoluzionario della storia dell’uomo”. È proprio De André a chiarire la genesi de La buona novella:

“Quando lavorai all’uscita de La buona novella era il 1969. Si era, quindi, in piena lotta studentesca. Le persone meno attente, che poi sono sempre la maggioranza di noi, compagni, amici, coetanei, mi dicevano che quel disco sarebbe stato anacronistico. ‘Ma come! Noi andiamo a lottare nelle università contro abusi e soprusi e tu ci vieni a raccontare la storia, che già conosciamo, della predicazione di Gesù’. Non avevano capito che La buona novella era un’allegoria che si precisava tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68. Istanze, dal punto di vista spirituale più elevate, ma, dal punto di vista etico, molto simili e che, 1969 anni prima, un signore aveva mosso contro gli abusi del potere e i soprusi dell’autorità in nome di un egalitarismo ispirato a valori universali. Quel signore si chiamava Gesù di Nazareth ed è stato e rimane, secondo me, il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Non ho voluto inoltrarmi in sentieri per me difficilmente percorribili come la metafisica o, addirittura, la teologia. Prima di tutto, perché non ci capisco niente. In secondo luogo, perché ho sempre pensato che se dio non esistesse, bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla Terra. Ho, quindi, preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. La Chiesa non ha mai voluto riconoscere i testi scritti da persone che non fossero cristiane. Invece, autori bizantini, arabi, greci hanno, nei loro scritti, trattato con reverenza la figura di Gesù. Non a caso, l’Islam, dopo Maometto, considera Gesù di Nazareth il più importante profeta nella storia delle religioni, laddove, invece, la Chiesa cattolica stima Maometto come poco meno di un cialtrone. E questo è un punto che va a favore dell’Islam. L’Islam quello serio.”

L’album di De André si sposta sul terreno cauto e immunizzato di una lettura letteraria che, di fatto, si accompagna alla visione che vuole il mito di Gesù sostenuto non dogmaticamente, ma, in qualche misura, epicamente. Una mitologia classica del più grande romanzo mai esistito. Le vicende di Maria e di Giuseppe e delle numerose figure ad essi legate (non “riconosciute” nei Vangeli) trovano sfogo in una rappresentazione musicale e poetica, quella de La buona novella, che restituisce e semplifica, sul piano etico, il percorso esistenziale di Gesù di Nazareth (non si parla, ovviamente, di Gesù Cristo).

Il disco, uscito nel 1970, dal punto di vista musicale ha una doppia paternità. Gli arrangiamenti sono di Giampiero Reverberi che, in un’intervista pubblicata da Giunti nel libro Belin, sei sicuro?, chiarisce che “Ne La buona novella tutti i pezzi dove c’è il pianoforte sono roba mia. Quelli dove c’è la chitarra sono di De André. I pezzi del coro sono miei, perché De André non conosceva Stravinskij e lì ci sono dei riferimenti precisi”.

La struttura testuale de La buona novella inizia da L’infanzia di Maria, preceduta dal prologo corale Laudate Dominum (esplicita citazione da Stravinskij), che, dopo essere stata condotta al tempio all’età di tre anni, ne viene allontanata in seguito al sopraggiungere delle mestruazioni (“Per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio”). Secondo i sacerdoti, quell’avvenimento procurerebbe impurezza al luogo sacro e, per questo, ad appena dodici anni, Maria viene data in sposa a Giuseppe, molto più vecchio di lei e già padre di molti figli, tra cui Giacomo che, secondo alcuni orientamenti, sarebbe l’autore del Protovangelo, il racconto dell’infanzia di Gesù e dell’educazione di Maria. Nell’estensione dei suoi versi, già avvisando una poetica cruda e dolcissima, De André ricalca la tristezza e la rassegnazione di Giuseppe per essere stato costretto a obbedire al comando sacerdotale prendendo in sposa una bambina.

“E fosti tu, Giuseppe, reduce del passato,

falegname per forza padre per professione,

a vederti assegnata da un destino sgarbato

una figlia di più senza alcuna ragione,

una bimba su cui non avevi intenzione.

E mentre te ne vai, stanco di esser stanco,

la bambina per mano, la tristezza di fianco,

pensi: ‘Quei sacerdoti la diedero in sposa

a dita troppo secche per chiudersi su una rosa

a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa’”.

Il ritorno di Giuseppe, che nel frattempo è stato via quattro anni, suggella la sua indulgenza al cospetto del mistero della Concezione rivelata dalla discesa dell’angelo.

“E la parola ormai sfinita

si sciolse in pianto,

ma la paura dalle labbra

si raccolse negli occhi

semichiusi nel gesto

d’una quiete apparente

che si consuma nell’attesa

d’uno sguardo indulgente.”

Il prosieguo della narrazione volge il suo sguardo alla fabbricazione della croce a alla predizione del dolore di Maria. Con La buona novella, De André non oscura l’orizzonte misterioso della fede (l’album non si sviluppa in assenza di Dio), dirigendo il suo adattamento a un racconto in cui l’epica dei suoi personaggi resta comunque legata al doppio fondo del Mistero della Fede. Prevale, tuttavia, la dottrina politica che emerge pure dalla descrizione dei fatti che riguardano l’incontro tra Maria e Giuseppe, fino alla stessa contemplazione della crocifissione che, ne Il testamento di Tito, trova piena ed esplicita rivelazione.

Preceduto dal tragico corale delle Tre madri, il “monologo” di Tito, uno dei due ladroni crocifisso, con Dimaco, insieme a Gesù, procede alla confutazione dei Dieci Comandamenti. Una ridiscussione in nome di quelle contraddizioni che la legge conserva a favore di chi la definisce e a svantaggio di chi la subisce. Il testamento di Tito è il prestito spirituale e filosofico alla contestazione che, attraverso un gioco atemporale, trasforma i limiti e le ingiustizie del comando, anche quello derivante da Dio, in un esercizio del potere in luogo a un umano impari e fondato sui privilegi.

Il testamento di Tito, comunque, ossequia la Regola aurea in piena osservanza evangelica del “Principio di reciprocità”.

“Ma adesso che viene la sera ed il buio

mi toglie il dolore dagli occhi

e scivola il sole al di là delle dune

a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,

madre, io provo dolore.

Nella pietà che non cede al rancore,

madre, ho imparato l’amore”.

Il finale del disco inverte la polarità dell’inno iniziale del Laudate Dominum. Il Laudate hominem dell’ultimo brano rifiuta Gesù come figlio di Dio e preferisce pensarlo come figlio e fratello dell’uomo. Il rifiuto, però, non serba ragioni eretiche o ateistiche (semmai, l’inverso). Il proposito della scelta si rivela nel testo stesso del Laudate hominem:

“Il potere che cercava

il nostro umore

mentre uccideva

nel nome di un Dio,

nel nome di un Dio

uccideva un uomo:

nel nome di quel Dio

si assolse.

Poi, chiamò Dio

poi chiamò Dio

poi chiamò Dio quell’uomo

e nel suo nome

nuovo nome

altri uomini,

altri, altri uomini

uccise.”

Ecco che Dio non è e non può essere considerato un’adozione del potere per il potere. Nessuna forma diversa dall’amore che il sacrificio di un uomo ha rappresentato può essere giustificata in seno a un’azione che preveda un qualunque genere di strumentalizzazione. Quella di Gesù non è soltanto la crocifissione dell’imputato di un processo, ma l’atto estremo e finale della pedagogia universale precedentemente annunciata dal profeta a favore di un altissimo libero arbitrio affidato alle facoltà umane. In nome dell’uomo. Prima di tutto, dell’uomo.

Laudate hominem

No, non devo pensarti figlio di Dio

Ma figlio dell’uomo, fratello anche mio.

Ma figlio dell’uomo, fratello anche mio.

Laudate hominem

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