“Blackhat” di Michael Mann: il terrore corre sulla fibra ottica

Un doppio attacco hacker sconvolge Cina e Stati Uniti: a Hong Kong, l’incursione informatica falsifica i dati del sistema di raffreddamento di un reattore nucleare e determina un’esplosione mentre a Chicago i cyber criminali provocano l’impennata del prezzo della soia, generando inattese e incontrollabili speculazioni in Borsa. Per prevenire ulteriori disastri, le due nazioni sono costrette ad un momentaneo disgelo per sventare il pericolo. Il capitano Chen Dawai afferma con convinzione che l’unico capace di affrontare questa emergenza è il vecchio amico Nick Hathaway (Chris Hemsworth), un genio informatico che sta scontando tredici anni di prigione per aver falsificato alcune carte di credito. Ai due si affianca la sorella di Chen (Tang Wei) e una coriacea poliziotta dell’FBI (una bravissima Viola Davis).

 

Risultati immagini per blackhat trailerSei anni (troppi!) dopo il bellissimo Nemico pubblico Michael Mann, uno dei più grandi cineasti americani viventi, tornò al cinema con questo film sottovalutatissimo e sonoramente bocciato al botteghino, un’opera che è solo in parte e solo in apparenza un action movie aggiornato all’era digitale. L’incipit, che utilizza in maniera mirabile i trucchi e i meccanismi della computer grafica, è già cult e dimostra come l’utilizzo di effetti speciali e la disponibilità di grandi mezzi non impedisca necessariamente ad un regista di elevarsi al rango di Autore. Blackhat parte dalle paure generate dal disastro di Fukushima e dalle fragilità del sistema rivelate dall’attacco hacker contro la Sony avvenuto alla fine del 2014 (con in più l’immancabile trauma post-11 settembre) per costruire un ottimo thriller cibernetico che, pur seguendo uno schema collaudato, è molto più di un film di genere (o di generi). Blackhat è infatti un racconto teso e affascinante che affida la sua suspense al mouse e alla tastiera di un PC, e disegna la realtà di un mondo dove ormai è sufficiente “craccare”, digitare, “cliccare” per spostare milioni di dollari, per accendere e spegnere vite, combattendo una guerra non convenzionale fatta di muscoli, carne e nervi ma anche di wi-fi e fibre ottiche.

 

Immagine correlataImmerso dentro questa nuova realtà dove l’azione virtuale, fatale ossimoro degli anni 2.0, sembra l’unica capace di muovere il destino del mondo, al corpo umano non resta che contrapporre le due principali azioni vòlte a sancire e affermare la sua volontà di resistenza: amare e uccidere. I fatti decisivi della storia umana sembrano avvenire, è ormai chiaro, in una sfera che è preclusa all’occhio umano, che non può più osservare lo svolgersi degli eventi ma soltanto effettuare  un tardivo resoconto dei risultati, di solito dannosi. Per questa ragione, all’uomo non resta che la necessità di entrare dentro questo gioco invisibile il cui premio è la vita, ma il cui scacco coincide con l’annientamento.

 

Nick Hathaway, novello Jena Plissken avvolto dentro il corpo massiccio e abbondante di Chris Hemsworth, è l’eroe prescelto, ancora una volta il galeotto, l’outsider, l’essere fuori dal sistema richiamato in campo in extremis per combattere la partita finale. Il campo di battaglia attraversa Stati Uniti, Cina, Indonesia e Malesia ed è l’occasione per Michael Mann per infilare almeno tre o quattro sequenze d’antologia come la clamorosa sparatoria in mezzo ai cunicoli d’acciaio o il duello finale tra la folla, sorta di auto-citazione della grande sequenza della discoteca in Collateral (2004). Sono momenti di cinema assoluto in cui l’allora 72enne regista di Chicago fa dimenticare qualche passaggio risolto un po’ troppo in fretta dallo script (vedi, ad esempio, l’accettazione dell’incarico da parte di Hathaway) e l’apparente macchinosità della storia, che è stato forse il motivo principale del fiasco del film in patria (settanta milioni di dollari spesi, appena sette incassati sul mercato americano).

 

Per chi scrive, invece, Blackhat resta un film importante e sottostimato che inquieta e spiazza, spaventa e talvolta annichilisce perché rivela ancora una volta quanto siamo indifesi se una piccola luce che si illumina può addirittura essere l’annuncio di una deflagrazione.

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